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duterteRoma, 6  ott – Mentre la “caccia” di Duterte ai narcotrafficanti prosegue, il neo presidente delle Filippine inizia anche a muoversi nello scacchiere strategico del Pacifico. Negli ultimi giorni, mentre peggiorano i rapporti con gli Usa, sembrano invece migliorare quelli con Mosca e Pechino. Dopo che Obama stesso ha cercato di minimizzare l’episodio nel quale il presidente filippino gli ha dato ufficialmente del “figlio di puttana” – “non la prendo sul personale, è il suo modo di esprimersi” avrebbe detto il presidente uscente Usa – sembrava che i rapporti tra i due stati potessero migliorare, ma ci ha pensato Duterte stesso a disingannare gli illusi. Durante il giuramento di alcuni ufficiali a Manila infatti, il presidente filippino avrebbe dichiarato che la “la situazione a Mindanao sta peggiorando”.



Mindanao è un’isola in cui dal 2002 sono di stanza più di settecento militari americani per le operazioni anti-terroristiche, dopo che l’allora presidente Gloria Arroyo diede di fatto carta bianca a Washington per utilizzare l’ex-colonia filippina per la lotta contro Al Qaeda e contro Abu Sayaaf, gruppo terroristico che recentemente si è affiliato all’Isis. A Mindanao, secondo Duterte (che dell’isola è originario, peraltro), la presenza americana potrebbe aumentare i conflitti etnici. “Se vedono un americano, lo uccidono. Non voglio parlare irrispettosamente nei confronti dell’America, ma se ne devono andare”. Parole piuttosto chiare a cui ha fatto seguito la promessa che la prossima operazione congiunta Usa-Filippine sarà anche l’ultima.

Contemporaneamente Duterte ha chiesto armi a Russia e Cina per combattere i narcos locali. Inoltre fin dal suo insediamento, ha cercato di distendere e riaprire i rapporti con Pechino dopo che questi avevano toccato il minimo storico in seguito alla disputa per la territorialità delle isole Paracel, Spratly e Scarborough, rivendicata tanto da Manila quanto dai cinesi. Durante la presidenza del predecessore di Duterte, Benigno Aquino III, e in seguito all’occupazione cinese delle isole di Scarborough, Filippine e Cina erano finite addirittura davanti all’arbitrato dell’Aja che proprio lo scorso 12 luglio ha definitivamente dato ragione al governo di Manila. Duterte, pur volendo rimanere fermissimo sulla questione dell’integrità territoriale filippina e sulla rivendicazione delle isole contese, ha però recentemente intavolato nuovi accordi con il governo cinese tanto che da Pechino fanno sapere di voler interrompere i lavori per la costruzione di un’isola artificiale davanti alle Secche di Scarborough – ovvero la risposta “militare” all’arbitrato – in cambio della concessione dei diritti di pesca nella zona. Un accordo che, rafforzando allo stesso tempo la sovranità filippina e i rapporti con il colosso asiatico, metterebbe a serio rischio la tenuta del famoso “pivot asiatico” su cui si basava l’intera politica estera di Obama nell’estremo Oriente. Il tutto, unito alla lotta ai narcos e alla regolamentazione del narcotraffico proprio al centro del “triangolo d’oro”, ovviamente mette a serio rischio l’intero lotto degli interessi americani nel Pacifico.

È forse questa la chiave di lettura con cui comprendere gli attacchi feroci da parte dei media “politicamente corretti” – leggi totalmente asserviti – che ogni giorno ci regalano inchieste sulla brutalità di Duterte contro i poveri spacciatori spiegandoci che la loro uccisione non è una cosa “giusta”. Ma non una parola ovviamente sul successo della serie Narcos dove si inneggia tranquillamente all’uccisione di Escobar e dove si glorifica il commando che lo fece fuori, forse perché anche Escobar con la sua politica di “nazionalizzazione” della cocaina fece seri danni all’economia Usa. Ma parliamo anche degli stessi giornali che spingono la corsa alla Casa Bianca di Hilary Clinton, sostenitrice dei “ribelli moderati” e fautrice delle primavere arabe che ci hanno regalato l’Isis e il terrorismo in Europa, nonché fautrice dell’eliminazione fisica di Assad in Siria per favorire i decapitatori di bambini. Non una parola di sdegno, ovviamente, quando lei gioì istericamente alla notizia della morte di Gheddafi in Libia, prendendosene anche il merito. Ovviamente uccidere per portare il terrorismo sotto casa nostra è vera democrazia, mentre uccidere per fermare il narcotraffico è una pratica che la metterebbe a serio rischio. La morale sembra piuttosto chiara.

Carlomanno Adinolfi



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1 commento

  1. Se proponiamo alle Filippine di darci Duterte in cambio di tutti i nostri politici in blocco dite che ci stanno?
    Mmm, mi sa che ci sputano in faccia senza esitazione…….

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