Rodrigo-Duterte2_3515205bManila, 11 mag – E’ stato criticato da Amnesty International e dall’Onu per i metodi “sbrigativi” nella lotta contro il crimine, ha criticato Papa Francesco ed ha minacciato di andare a piantare la bandiera delle Filippine su un’isola contesa con la Cina. A questo punto è lecito chiedersi se Rodrigo Duterte, neo eletto presidente delle Filippine, abbia anche dei difetti. “The Punisher”, come lo ha soprannominato l’americano Time Magazine è l’uomo forte che considerato un outsider alla vigilia è invece riuscito a conquistare, con il 39% dei voti, la presidenza delle Filippine. Un “populista”, come titolano i principali giornali occidentali che lo paragonano a Donald Trump e al nazionalista indiano Narendra Modi, che ha cominciato la sua carriera politica come sindaco di Davao, una delle più importanti città dell’arcipelago, dove è stato eletto sindaco nel 1988. Prima del suo arrivo la città era nota per l’alto tasso di criminalità, che Duterte, è l’accusa dei suoi avversari (e dello Human Rights Watch) avrebbe sconfitto con l’ausilio dei suoi “squadroni della morte“, che avrebbero commesso nel corso degli anni molte efferratezze tra cui qualche migliaio di omicidi.



E proprio la lotta alla criminalità e alla corruzione, annidata nei gangli del governo centrale di Manila, sono stati i punti cardine del suo programma. Così come i populisti europei alla Marine Le Pen si pongono come una sorta di “sindacato” del popolo “reale” in contrasto con lobby e poteri forti, Duterte si è posto come alfiere della “periferia” delle Filippine (Davao è nell’estremo sud a 1550km dalla capitale Manila) contro il potere centrale corrotto. Un potere che mantiene forti squilibri all’interno di una società, dove i benefici della crescita economica al 6% non sono equamente distribuiti. Uno degli obiettivi di Duterte è proprio quello di riformare, con l’ausilio del parlamento, la costituzione in senso federale.

Ma la campagna elettorale di Duterte, oltre che per le proposte politiche, è stata caratterizzata dai toni non proprio politicamente corretti. Ne è un esempio la dichiarazione sugli “obitori da riaprire”, visto che sarebbe stato lui stesso a “portarci i criminali”, o la dichiarazione in odor di sessismo su una missionaria australiana stuprata anche perché “era molto bella”. Non male anche le dichiarazioni sul parlamento, non da trasformare in “un bivacco di manipoli” ma direttamente da “chiudere” nel caso non fosse riuscito a portare a termine il suo programma. Nonostante i suoi avversari abbiano tentato di screditarlo paventando il ritorno della dittatura, lui è riuscito a convincere i filippini a dargli fiducia, anche grazie alla volontà di far rispettare la sovranità nazionale delle Filippine anche in campo internazionale, visto che non si è fatto scrupolo di parlare a brutto muso anche al governo cinese in una disputa territoriale riguardante alcune isole. Un uomo forte e risoluto, a cui i filippini, anche quelli che abitano in Italia (basti pensare che tra i filippini che abitano a Roma ha ottenuto l’85% dei consensi) hanno voluto dare il proprio sostegno per sconfiggere la casta politica corrotta che governa il loro paese.

Davide Di Stefano

 

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2 Commenti

  1. Figurarsi se una istituzione come amnesty international, paladina dei “diritti” dei criminali di tutto il globo, non lo criticava.

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