Da sin: Mariano Rajoy, Pedro Sanchez, Pablo Iglesias, Albert Rivera ANSA/ EPA

Madrid, 21 dic- Con una partecipazione che supera il 73 %, le elezioni in Spagna sanciscono la fine dello storico bipartitismo e aprono una stagione nuova con molte incertezze. Sebbene il computo totale dei voti fa vincere ancora il PP (Partito Popolare) con il 28,7% e 123 seggi, è in realtà una vittoria che ha il sapore della sconfitta, dato che perde 63 seggi rispetto alle elezioni de 2011, in cui vinse con maggioranza assoluta. Il PSOE (Partito Socialista) continua ad essere la seconda forza politica, con 90 seggi e il 22% dei consensi: il peggior risultato nella storia del PSOE. I vincitori sono i nuovi partiti, quelli che fin ora non contavano e che hanno raggiunto l’obiettivo di mettere fine al bipartitismo: Podemos e Ciudadanos.

Podemos ottiene 69 seggi e il 20,7 % dei consensi, imponendosi come terza forza politica. Una sorpresa abbastanza scontata, nonostante le recenti difficoltà del leader Pablo Iglesias, per un partito nei fatti di sinistra (ricorda molto quello che fu il nostro “popolo viola”) che avanza velocemente dalle ultime elezioni europee del 2014. Una percentuale di voti quasi identica a quella del Psoe, ma che a causa della legge elettorale spagnola sulla distribuzione dei seggi ottiene 21 deputati in meno. Da sottolineare che Podemos è il primo partito in Catalogna, dove rimane a difesa del ‘diritto di autodeterminazione’. Anche Ciudadanos, nella sua prima candidatura alle elezioni nazionali, prende 40 seggi e il 13,9% dei voti. Meno di quanto anticipavano i primi sondaggi, ma comunque un risultato importante per l’unico partito che si definisce ‘di centro’. Totalmente assenti le forze identitarie: nessun partito spagnolo potenzialmente assimilabile al Front National, ma anche alla Lega di Matteo Salvini, ha superato in queste elezioni un risultato superiore allo zerovirgola.

Le alleanze obbligate che avverranno nei prossimi giorni metteranno a dura prova un paese abituato all’alternanza di potere tra i due grandi partiti e alle maggioranze assolute. Facendo i calcoli, ci vorrebbe un minimo di tre partiti per raggiungere la maggioranza assoluta in Parlamento: un vero rompicapo per le differenze ideologiche dei quattro partiti e per le promesse fatte in campagna elettorale. Adesso, finite le votazioni, comincia la vera partita: i patti più che improbabili aprono e chiudono allo stesso tempo tutte le possibilità di formare un governo stabile. Il fatto indiscutibile è che qualcosa è cambiato nella politica spagnola, il cui quadro politico ora è toalmente diverso, in parte grazie ai voti dei più giovani, stanchi della corruzione strutturale dei vecchi partiti e innocentemente speranzosi nella buona volontà dei nuovi. La conclusione di queste elezioni si vedrà nei prossimi giorni, quando i nuovi partiti dovranno fare grandi cessioni, con i partiti storici del bipartitismo spagnolo che dovranno scendere a patti.

Laura Portoles

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Commenti

commenti

1 commento

  1. Dividi ed impera ….non cambia mai nulla mentre le stesse famiglie nel mondo diventano sempre più ricche e potenti
    Ricordate il 1936 destabilizzavano la Spagna con la rivoluzione civile indotta da paesi non Europei..
    Decristianizzare la Spagna inizia secoli prima per poi riprovarci nel primo novecento e di nuovo negli anni di zapatero ?
    Ed oggi dove va la Spagna ? Staremo a vedere…

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