petrolio deserto eniRoma, 9 apr – Da qualche settimana Eni è l’unica grande società petrolifera ad operare ancora in Libia. Dopo la partenza della francese Total, della spagnola Repsol e dell’americana Marathon Oil, il gigante italiano dell’energia è ormai il solo ad operare nella martoriata quarta sponda, grazie a un intricato reticolo di rapporti diplomatici che sta permettendo ai nostri trivellatori di lavorare quasi indisturbati.

E’ il Wall Street Journal, in un articolo, a rendere onore all’Ente Nazionale Idrocarburi, che dopo aver rischiato di perdere il suo più importante avamposto in terra africana è riuscito a riconquistare un ruolo di predominanza assoluta, facendo leva sui fragili equilibri di potere, in continuo mutamento, tra governi effimeri, gruppi armati e tribù desertiche.

In Libia Eni opera sia tramite piattaforme offshore, facilmente difendibili, sia in numerosi campi petroliferi nell’entroterra, vere e proprie oasi energetiche circondate dalla guerra civile che infuria ad ogni latitudine. Secondo l’autorevole quotidiano americano l’Eni, per mantenere intatte infrastrutture e posizioni di mercato, ha stretto con machiavellica efficacia accordi di protezione a livello locale. Come nell’estremo ovest del paese, attualmente in mano al governo islamista e ad una galassia di gruppi più o meno allineati, dove il colosso energetico possiede un oleodotto a due passi da un campo di addestramento che di volta in volta passa nelle mani di diversi “alleati”, che garantiscono il passaggio dell’oro nero senza apparentemente interferire con le attività commerciali. Certo, a pochi metri dai terminali petroliferi staziona una nave che si dice sia organizzata di tutto punto per soccorrere eventuali squadre in difficoltà. Fatto sta che la rete di distribuzione in quella zona non è mai stata danneggiata, e le attività di pompaggio di greggio procedono a pieno regime.

Anche nel bel mezzo del Sahara l’Eni riesce a coltivare utili amicizie. Funzionari libici riferiscono di una sorta di “assunzione di massa” da parte di Eni di una popolazione nomade chiamata Tubus, incaricata di svolgere compiti di sicurezza nelle locali strutture dell’Ente. Nel sud del Paese, presso l’importante giacimento di Wafa, a proteggere i pozzi sono giovani provenienti da Zintan, città in guerra con gli islamisti. Secondo il Wall Street Journal, quindi, il dispositivo diplomatico che Eni sta costruendo a tutela dei suoi interessi in Libia terrebbe insieme islamisti, tribù sahariane e sostenitori del governo laico, formalmente in guerra fra loro ma ben disposte a non danneggiarsi sul piano economico.

Eni dal canto suo nega qualsiasi coinvolgimento diretto sulla questione. Fatto sta che mentre tutti gli altri colossi dell’energia hanno già fatto i bagagli, la più grande società per fatturato in Italia sembra aver fatto di necessità virtù, sostituendosi al governo nella difficile gestione dei nostri affari in terra di Libia.

Francesco Benedetti

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