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raqqa esercito siriaDamasco, 1 giu – Pochi giorni fa, diversi media occidentali rilanciavano con toni vagamente trionfalistici l’imminente attacco a Raqqa da parte delle Forze Democratiche Siriane (una formazione militare che unisce l’YPG, ovvero le “forze armate” dei curdi di Siria, e svariate milizie operanti nel nord del Paese e che si sono ad esse alleate). Questo assalto, sponsorizzato da Washington e supportato non solo dai bombardamenti aerei ma anche dalla presenza sul campo di consiglieri militari, avrebbe dovuto essere sferrato in concomitanza con l’attacco dell’esercito iracheno a Falluja, da tempo occupata dall’Isis. Dopo le prime vittorie dei curdi, il quadro è radicalmente cambiato in seguito a un brillante attacco diversivo dello Stato Islamico nei confronti dei ribelli di Al Nusra e di altri reparti del cosiddetto Esercito Libero Siriano nel quadrante di Azaz, a nord di Aleppo. Questo attacco avrebbe convinto l’YPG a muoversi in quel settore, rimandando l’assalto a Raqqa. Questo rinvio della battaglia finale – unito al fatto che gli scontri fra curdi, Isis e ribelli “moderati” hanno portato a un alleggerimento della situazione nella provincia di Aleppo – avrebbe convinto lo Stato Maggiore di Damasco a tentare a sua volta di anticipare le mosse dell’YPG, pilotate dagli Stati Uniti, preparando un attacco diretto alla “capitale” dello Stato Islamico.



E’ in questa chiave che andrebbe letto lo spostamento di alcuni reparti d’elite dell’esercito siriano – soprattutto i Falchi del Deserto, che dopo aver liberato Palmira erano stati dislocati proprio a difesa delle posizioni ad Aleppo, e la fanteria di marina – al confine fra le provincie di Hama e di Raqqa, portando a circa 5mila uomini la forza incaricata di forzare le difese dell’Isis e di puntare al cuore dello Stato Islamico. L’inizio dell’operazione sarebbe previsto nel giro di poche settimane, dopo l’arrivo di nuovi rinforzi. Il rifiuto statunitense alla proposta del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, che mirava a una collaborazione finalizzata a un attacco congiunto su Raqqa da nord e da sud-ovest, avrebbe dunque spinto siriani e russi a tentare la spallata che, se riuscisse, oltre ad assestare un colpo decisivo alle bande di Al Baghdadi, indebolirebbe le pretese curde di creare uno stato autonomo nel nord della Siria.

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Paradossalmente, ma fino a un certo punto, questa mossa troverebbe il favore (ovviamente tacito) del più accanito rivale del governo di Damasco, ovvero la Turchia, che da sempre guarda con orrore all’ipotesi di un’entità autonoma curda al suo confine meridionale. Nei prossimi giorni si potrà capire meglio se la battaglia finale è davvero alle porte, o se qualche nuovo elemento porterà all’ennesimo rimescolamento delle carte.

Mattia Pase



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