Washington, 7 set – Nel 2008, gli Stati Uniti sono logorati da una guerra senza fine contro il terrorismo in Medio Oriente e dalla crisi dei subprime. Obama troverà una via di mezzo fra l’isolazionismo e la politica egemonica che sono i due tradizionali poli della diplomazia americana. Egli si sforzerà di restaurare una sorta di leadership morale, diplomatica e militare degli Stati Uniti, attraverso l’avvio di una politica estera post 11 settembre. L’amministrazione Obama si disimpegna progressivamente dal Medio Oriente, per impiegare le sue forze e la sua attenzione sulla costa asiatica del Pacifico: è la strategia del perno americano verso l’Asia e l’Oceano Pacifico. Questo perno appare come una sorta di adattamento alle trasformazioni strutturali del mondo contemporaneo e come una strategia, che mira ad imporre le regole americane al gioco geopolitico asiatico. Il governo avvia un processo di riequilibrio delle proprie capacità militari, diplomatiche, economiche e politiche nella regione del Pacifico orientale. Questa strategia regionale americana si baserà su tre pilastri che sono il rafforzamento delle alleanze preesistenti, lo sviluppo di nuovi partenariati e un maggior coinvolgimento nelle istituzioni multilaterali.

L’amministrazione Obama individuava in quest’area, che rappresenta il 40% degli scambi commerciali mondiali, un forte potenziale di espansione economica. Essa conterrà in futuro tre delle cinque economie più grandi del Mondo con l’India, la Cina ed il Giappone. Per legittimare la sua penetrazione nell’area, Obama ha ricordato, in occasione di un discorso in Giappone, nel 2009, che l’Asia e gli Usa sono storicamente legati attraverso l’Oceano Pacifico:

“Gli Stati Uniti sono nati dall’insediamento di porti e città lungo l’Atlantico, ma nel corso delle generazioni successive siamo divenuti una Nazione del Pacifico. L’Asia e gli Stati Uniti non sono separati da questo grande Oceano piuttosto sono uniti attraverso di esso. Noi siamo legati attraverso il nostro passato”.

Anche l’ex Segretario di Stato Hillary Clinton non ha smesso di richiamare la volontà degli Stati Uniti di svolgere un ruolo di primo piano nell’area, in cui secondo l’amministrazione Obama sarà scritta la storia del XXI secolo:

“nella quale pertanto noi proporremo un insieme di obiettivi globali: mantenere e rinforzare la leadership americana nell’area dell’Asia pacifica e migliorare la sicurezza, aumentare la prosperità e promuovere i nostri valori (…). Ciò è stato per noi prioritario sin dal primo giorno dell’amministrazione Obama, perché noi sappiamo che una parte importante della storia del 21° secolo sarà scritta in Asia”.

Si assiste in tal modo ad una riformulazione della politica estera americana in favore di una maggiore attenzione verso il Pacifico asiatico. L’obiettivo è in primo luogo di contrastare l’espansione cinese e il suo attivismo nel mare della Cina del Sud. L’emersione della Cina è un freno alla politica di potenza degli Stati Uniti in Asia. L’amministrazione Obama decise di rispondere attraverso una strategia economica offensiva nella regione, simboleggiata dal Partenariato Trans Pacifico (Trans Pacific Partnership, TPP). Dopo cinque anni di negoziati, è stato firmato un accordo di principio il 5 ottobre 2015 ad Atlanta da 12 Paesi: Australia, Sultanato del Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam. Il 4 febbraio 2016, il TPP è stato ufficialmente firmato. Anche le Filippine, Taiwan e la Corea del Sud hanno manifestato il proprio interesse ad entrare a far parte di questo accordo. Questo trattato era stato concepito per contrastare l’influenza cinese e favorire le esportazioni americane, allo scopo di creare de facto la più grande zona di libero scambio del Mondo (800 milioni di abitanti e 40% del PIL mondiale). Rispetto al settore militare e della Difesa (primo pilastro della presenza americana nell’area) l’amministrazione Obama ha dato priorità al complesso dei circuiti commerciali scavalcando l’economia cinese e facendo sì che le regole attraverso cui avvengono gli scambi siano sempre quelle dettate da Washington. Questo trattato era destinato ad attenuare i rapporti di forza di natura geostrategica.

Nella stessa logica, la Cina, che rappresenta il 20% delle importazioni americane, dovrebbe essere il bersaglio delle misure più eclatanti del nuovo corso della politica protezionista americana. La Cina è accusata di manipolazione monetaria (svalutazione dello Yuan), vale a dire che essa sottostima la propria moneta  per mantenere prezzi artificialmente bassi e scardinare il mercato mondiale, approfittando del suo speciale status in seno al WTO per praticare una politica di dumping (vendita sottocosto). Se Trump sta attuando una vera e propria  guerra commerciale con la seconda potenza mondiale e cioè con la Cina,il suo scopo è proprio quello di rimettere in questione il sistema di dipendenza degli alleati nord asiatici verso gli Usa. Infatti Trump ha deciso di fare pressione sulla Corea del Sud e sul Giappone, minacciando questi ultimi di ritirare le proprie truppe di stanza nell’area se l’onere economico delle stesse non fosse stato meglio ripartito.

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Primo tema di inquietudine degli Stati dell’area, questo cambiamento di condotta nel settore della difesa è senza dubbio l’elemento che conforta l’ipotesi della reazione protezionista che Donald Trump intende intraprendere. Il disimpegno annunciato dal futuro presidente americano potrebbe essere paragonato alla strategia del lead from behind di Barack Obama, quella cioè che intendeva limitare l’azione diretta, principalmente militare, a vantaggio di una supervisione arretrata. Tuttavia Trump, attraverso le sue dichiarazioni, sembra voler andare più lontano, evocando un reale cambiamento di paradigma in cui gli Usa potrebbero anche permettere l’emersione di potenti soggetti regionali, i quali ne prenderebbero il posto nella gestione di alcune aree del mondo. Attualmente, le scelte di politica estera di Donald Trump convergono verso una nuova visione del Mondo e del posto che vi dovrebbero occupare gli Stati Uniti. Questa visione sembra avvicinarsi al filone di pensiero neorealista americano, rappresentato dagli accademici Christopher Layne e Stephan Walt. Questi due sostenitori della dottrina d’offshore balancing sostengono un cambiamento radicale nella condotta geopolitica americana. Costoro affermano che la posizione americana attuale non sarebbe sostenibile a lungo termine. La dottrina liberale che predomina nelle relazioni estere americane dopo le due guerre del Golfo avrebbe condotto al cosiddetto imperial over-stretch, che oltre ad essere costoso avrebbe contribuito alla diffusione dell’antiamericanismo in molte aree di interesse degli Stati Uniti. La strategia dell’offshore balancing intende preservare il ruolo di prima potenza mondiale occupato dagli Usa e restaurare la fiducia del popolo americano. A tal fine, Christopher Layne e Stephan Walt propongono di farla finita con le missioni americane all’estero: troppo costose e dai risultati non certo esaltanti, esse finiscono a conti fatti per spingere gli alleati americani a provvedere da sé alla propria sicurezza. Così gli Usa si rivolgeranno a piccole potenze regionali demandando loro il compito di mantenere l’equilibrio in determinate aree. Questa nuova linea di condotta permetterebbe di risparmiare una vasta parte di risorse destinate oggi alla difesa, destinandola al consumo ed all’investimento nazionale.

Giuseppe Gagliano

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