Marines-in-Afghanistan-Jan20111Kabul, 3 gen – Da pochi giorni è terminata la decennale missione ISAF (International Security Assistence Force) in Afghanistan, guidata dalla NATO e portata avanti da 60 paesi per un totale di 140.000 soldati. Il 2014 si è rivelato un anno importante per il Paese in quanto ha segnato la fine di una guerra iniziata nel 2001 a seguito degli attacchi alle Torri Gemelle e che ha visto gli sforzi internazionali intenti nel dare un nuovo volto democratico all’Afghanistan. Tuttavia, senza alcuno stupore, la situazione militare e politica resta ancora molto confusa e instabile.



Per quest’anno è prevista la missione Resolute Support, volta all’addestramento dell’esercito e della polizia afghana (per un totale di circa 350.000 unità stipendiate dalla comunità internazionale): l’ottica è quella di voler dare supporto alle forze militari in modo che possano procedere in autonomia alla stabilizzazione del Paese, una vera e propria “afghanizzazione” della lotta contro le milizie taliban e le bande armate degli insorti. I numeri di questa nuova missione prevedono l’invio di 12.000 soldati sul territorio (500 gli italiani), i quali potranno, per tutto il corso del 2015, impegnarsi in combattimenti diretti soltanto nel caso in cui vengano coinvolti dei civili americani o venga messa in discussione l’incolumità del governo afghano, attraverso l’ausilio di caccia F-16, di bombardieri B-1B e dei tanto discussi droni Predator e Reaper.

L’assetto politico non è tuttavia dei migliori: dopo 8 anni di corruzione durante il governo Karzai e del relativo saccheggio dei fondi destinati allo sviluppo, le ultime elezioni presidenziali svoltesi a Kabul hanno portato mesi di interminabili discussioni relative a brogli elettorali e hanno visto, infine, da pochi mesi, la vittoria di Asharf Ghani, il quale sta tentando di attuare un flebile governo di coalizione con il suo antagonista Abdullah Abdullah. Ad oggi, il risultato è che, a distanza di tre mesi, non è stata ancora messa a punto la lista dei ministri. Per quanto riguarda i rapporti con i talebani, è pur vero che il fanatismo proprio della politica del Mullah Omar è ormai stemperato anche tra i membri stessi del movimento, ma il portavoce Zabihullah Mujahid non accenna a voler intavolare negoziati con il governo finché saranno presenti truppe straniere sul suolo afghano.

Il bilancio della missione ISAF potrebbe risultare positivo se si prendessero in considerazione l’aumento del tasso di istruzione e la presenza di personalità politiche di sesso femminile, se ci dimenticassimo dei 20.000 civili rimasti uccisi in questi ultimi 13 anni a causa di scontri tra esercito e milizie islamiche, per i 3.500 soldati stranieri (50 gli italiani) e i 15.000 afghani, per l’aumento del 19% di morti violente nel solo 2014, per il fantasma dell’ISIS che potrebbe realisticamente arrivare a minacciare anche questa parte di mondo, per l’abitudine alla convivenza con la morte che gli afghani hanno fatto propria dopo 35 anni di guerra senza sosta.

Di ieri è la notizia di alcuni scontri tra soldati afghani e milizie talebane che hanno provocato la morte di 26 persone che stavano partecipando ad una cerimonia nunziale: non certo il modo migliore per farci credere in un nuovo inizio, ma per farci riflettere su quanto possa essere contraddittorio e controproducente cercare di rendere liberali con la forza paesi e popoli che hanno visto la propria sovranità strappata dalle mani e data in pasto agli sciacalli.

Ada Oppedisano

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