Parigi – A leggere le cifre pubblicate dall’Ifop (l’istituto francese di statistica), all’Eliseo c’è poco da stare allegri. Emmanuel Macron, il presidente che aveva salvato la Francia dalla “fascista” Le Pen, il volto nuovo della politica francese contro i partiti tradizionali, il simbolo di una società civile che si riprende le leve del potere – insomma: il novello Messia della Francia democratica e repubblicana, è ora in caduta libera nei sondaggi. La sua popolarità infatti, che si attestava al 62% al momento dell’elezione, è drasticamente scesa nei mesi estivi fino al 40%, con un picco negativo del 14% nel solo mese di agosto.

Per capire cosa questo significhi, basti dire che un presidente neoeletto non andava così male dal 1995 con Chirac. Lo stesso Hollande, che a fine legislatura avrebbe pagato dazio (e tanto), era riuscito a far molto meglio, mantenendo dopo quattro mesi di governo la sua popolarità intorno al 54%. Ma non è tutto: se l’indice di gradimento scende, è ovvio che la percentuale degli scontenti cresce. Se all’inizio del mandato di Macron si diceva contrario al presidente il 43% dell’elettorato, ora siamo arrivati al 57%. In sostanza, la maggioranza dei francesi si dice contraria, o almeno scettica, nei confronti delle politiche di Macron.

Al di là delle cifre, però, a che cosa è dovuto questo brusco scalo di consensi? Secondo Frédéric Dabi, direttore generale aggiunto dell’Ifop, uno dei motivi è da ricercare nella scarsa chiarezza del posizionamento di Macron all’interno dello scacchiere politico francese, con i suoi “né-né” e “a volte di destra a volte di sinistra”. A questo si aggiungono le politiche annunciate dal neoeletto presidente che andranno a incidere negativamente sulle pensioni e, soprattutto, la tanto discussa riforma del lavoro – tutte misure che sono percepite come ingiuste da molti elettori.

Attualmente è proprio la riforma neoliberista del mercato del lavoro che tiene banco e fa discutere. Se gli industriali non possono che essere contenti di maggiore “flessibilità” (leggi: licenziamenti più facili), i sindacati sono al contrario molto delusi dall’andamento delle contrattazioni. E, a giudicare dai numeri, pare chiaro che, almeno in questo momento, le politiche neoliberiste del pupillo degli europeisti non pagano neanche un po’.    

Federico Pagi

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