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Washington Dc, 24 apr – Se da bambini, all’asilo o alla scuola elementare, avete mai chiamato un vostro compagno di classe “mio migliore amico”, allora siete delle brutte persone e siete responsabili dei danni morali causati agli altri alunni. È questo l’ultimo delirio politicamente corretto partorito in una scuola materna di Georgetown, città che si trova nello Stato americano del Massachusetts. In questa scuola, la Pentucket Workshop Preschool, infatti, le espressioni “mio migliore amico” o “mia migliore amica” sono diventate un tabu e i bambini che le pronunciano vengono redarguiti dagli insegnanti.
I genitori di Julia, alunna di soli quattro anni, hanno ricevuto a casa la seguente lettera inviata loro dalla scuola: «Secondo la nostra esperienza, l’utilizzo dell’espressione “mio migliore amico”, anche se viene fatto in maniera affettuosa, porta gli altri bambini a sentirsi esclusi». I coniugi Hartwell, i genitori di Julia, non hanno preso bene il contenuto della missiva, forse perché insensibili alle grida di dolore dei dirigenti scolastici della Pentucket. O forse perché non sono stati educati abbastanza alla “morale dei sentimenti”. Sta di fatto che gli Hartwell hanno rispedito le accuse al mittente e stanno provvedendo a iscrivere Julia in un’altra scuola.
Gli Stati Uniti, com’è noto, sono ormai diventati una instancabile fucina di provvedimenti simili, tutti mirati a non “ferire la sensibilità altrui”. Un buonismo esasperato e grottesco che, nel tentativo di espungere ogni forma di conflitto dalla società, finisce però per non preparare i ragazzi alle durezze della vita. Questa specie di galateo politicamente corretto viene infatti introiettato sin dalla più tenera età: ora anche una bambina di quattro anni non può più scegliere in autonomia con chi fare amicizia o chi prediligere. Una deriva, però, a cui qualche genitore coscienzioso ha deciso coraggiosamente di opporsi.
Vittoria Fiore

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