Largo_di_Torre_Argentina_Temple_B_4Roma, 24 giu – Dunque, Brexit. A determinare il risultato – per molti versi epocale, come si vedrà nei prossimi mesi e che potrebbe davvero costituire “un’inversione dei poli” – pare abbiano contribuito alcuni fattori più significativi, tra i tanti. Il primo e più chiaro, è stato il voto massiccio in favore dell’uscita dall’UE, dei ceti meno abbienti e dislocati al di fuori delle grandi città cosmopolite inglesi. Insomma, più legati a certi valori britannici tradizionali e quindi più conservatori; di conseguenza anche più impermeabili, alla fracassona e insopportabile penetrazione delle idee propugnate dal pensiero dell’indifferenziato e del multiculturalismo, proprie dell’establishment – come direbbe un inglese – o, più semplicemente, dei grandi centri di potere finanziari e non. Un secondo fattore, di natura più contingente, sembra esser stato rappresentato da un improvviso e violento acquazzone che per molte ore ha investito Londra: ostacolando il voto tradizionalmente filo-europeista degli abitanti della City. Ad ogni modo, il popolo inglese ha saputo cogliere una straordinaria chance offerta dalla fortuna, liberandosi dei vari Juncker e Schultze: se non fosse per l’enorme potere loro conferito – senza alcun voto popolare a legittimarne poteri e operato – autentiche macchiette, che in qualunque civiltà tradizionale sarebbero state emarginate, se non addirittura additate come esempio di estremo ludibrio. Gliela faranno pagare, agli inglesi.

E a giudicare dalle turbolenze finanziarie di oggi, anche a noi tutti; senza comprendere che sono proprio questo genere di comportamenti (spacciati per conseguenze del panico sui mercati) che inducono la maggior parte delle persone a ritenere che la UE e la finanza siano u n colossale imbroglio. Come che sia: i ceti più popolari, l’acqua e l’opportunità. Proprio nel giorno dell’antico solstitium romano, il 24 giugno, Brexit. Quando veniva celebrata Fors Fortuna: “la Fortuna dell’istante” (così, a noi pare, debba rendersi, più esattamente il vocabolo fors ) e cioè dell’occasione benigna fornitaci dal momento. Strane analogie, sembrano ricorrere. Anche allora, l’elemento dell’acqua aveva un ruolo centrale. In quel preciso giorno, infatti, il Tempio di Fors Fortuna transtiberim, eretto nel VI° sec. a.C. da Servio Tullio, in luogo esatto ancora sconosciuto a noi, ma posto lungo l’antica Via Campana, prospiciente il Tevere e sulla sua riva destra, ad un solo miglio di distanza dal centro abitato originario – tempio da non confondersi con quello dedicato alla Dea Fortuna nel Foro Boario dallo stesso sovrano – diveniva meta di una gioiosa processione di gente comune e di barche provenienti da ogni angolo dell’Urbe, risalenti o discendenti il sacro fiume. Eccome come ci descrive quell’antica festa, Ovidio: “Andate, celebrate lieti, o Quiriti, la dea Fors/ Ella del re ha il tempio in riva al Tevere/ Accorrete, parte a piedi, parte anche su celeri barche/ né poi vi vergognate di tornare brilli a casa/l’inghirlandate barche portino giovini e mense/e si tracanni vino attraversando l’acqua/la venera la plebe, perché il fondatore si dice/ ch’era plebeo e da stato umile giunse al trono/ pur la festa conviene ai servi, ché Tullio, figliuolo/di schiava, offrì un vicino tempio all’instabil dea”(Fasti VI, 775-784). Pare di capire dunque che mentre la Tiberina descensio (cioè la navigazione con barche addobbate a festa, informa Cicerone) riguardasse tutti quanti i romani (l’uso del vocabolo Quiriti, che designa in realtà l’originario nucleo di abitanti fondatori contrapposto ai successivi apporti, pare a noi qui da intendersi in senso generico), la celebrazione nel Tempio della festa fosse specialmente onorata dagli strati più poveri della popolazione: la plebe e i servi. Con un caveat.

In realtà, nonostante anni di storiografia marxista ci abbiano voluto insegnare come la plebe urbana e non, rappresentasse l’umile classe (nell’accezione marxiana) lavoratrice sfruttata avidamente dal potentato patrizio, tutte le ricerche recenti indicano come la plebs romana fosse piuttosto un ceto (nel senso sombartiano) estremamente variegato e complesso; il quale ricomprendeva anche quella noi definiremmo la medio-piccola borghesia (come bottegai e piccoli mercanti) oltre ai lavoratori manuali più poveri e a un numero più ristretto di individui altolocati, i quali daranno origine alla nobilitas patrizio-plebea (cioè, gran parte della classe dirigente) di epoca repubblicana. Sì che il simbolismo sociale appare evidente: Fors Fortuna rappresentava l’opportunità data dalla Fortuna di scalare la società romana, opportunità che poteva capitare a chiunque. Non c’è nulla da scandalizzarsi: il sacro a Roma, permeava ogni aspetto della vita dell’individuo e della comunità; sino a ricomprendere anche richieste, speranze e sogni molto bassi, molto materiali. Ma anche l’ascesa agli onori riservati ai trionfatori romani e alla fama dei vincitori. Non a caso, nel 293 a. C. sarà un esponente del ceto equestre (ossia non patrizio, ma di norma mercantile ed emergente), Spurio Carvilio Massimo a restaurare l’antico Tempio serviano con il bottino di guerra conseguito in numerose e felici campagne militari contro Galli e Italici. L’opportunità data alla virtù del condottiero, alla sua forza e abilità sul campo di battaglia si accompagnano alla gloria, alla celebrità come fonte di riscatto sociale. Insomma, bisogna saper cogliere Fors Fortuna e non lasciarsene ammaliare. Neppure, forse, appare misterioso e oscuro il celato simbolismo solstiziale, legato alla celebrazione della Dea nel solstitium romano d’estate. Jacqueline Champeaux nella sua bella ed erudita monografia su Fortuna romana, ha già sottolineato come essa fosse legata, al pari di molte divinità, introdotte in epoca serviana (ad es. Diana Aventiniana o Cerere), alla funzione dell’abbondanza e fertilità con vincoli diretti all’attività agraria. L’uso quasi sfrenato del vino e delle messi nel giorno della celebrazione di Fors Fortuna, si lega dunque, anche, al tema della terra feconda. Ma non basta. Chiunque osservi il Kalendarium si accorgerà che essa segue di quattro giorni, la consacrazione della giornata del 20 giugno,a Summanus, il Dio della folgore notturna (forse dalla combinazione della particella sub con il sostantivo mane, cioè “prima del giorno”).

Ora, per quanto la sua figura e funzione siano in gran parte ancora da esplorare, pare che il suo legame con il mondo infero fosse in realtà assai arcaico. Ciò emergerebbe da una notizia dell’erudito Marziano Cappella, per il quale la derivazione del nome della divinità si riferirebbe ai Dii Manes (summus manium, ossia il sommo, il più elevato fra i Mani), originariamente – con ogni probabilità – divinità ctonie e di poi designanti gli spiriti, le anime dei defunti. Se tale informazione fosse esatta, è evidente come al tempo dell’oscurità e del raccoglimento, alla “crisi” del buio e della notte, rappresentata da Summanus (il cui culto fu introdotto da Tito Tazio, in epoca perciò antecedente a quello di Fors Fortuna) debba fare seguito, a mò di funzione solstiziale di passaggio, quella della luce, alla copiosità del raccolto e dei frutti, dello scatenamento (e persino dello sperpero) simboleggiata da Fors Fortuna. E così come il fuoco accompagna la purificazione nella celebrazione solstiziale (si pensi ai fuochi di S. Giovanni del 21 giugno, solstizio astronomico) parimenti l’acqua (la Tiberina descensio avrebbe questo scopo) ha funzione lustrale. Quel che è certo, è come Fors Fortuna benignamente offra un’occasione; di più: una porta solstiziale verso l’età della gioia, dell’abbondanza anche materiale. Si può sperare che come tale, si manifesti anche a noi. Ne abbiamo estremamente bisogno per liberarci dalle gheppie dell’Europa dei mercanti e borseggiatori, visto che per forza di legge (la tanto sbandierata Costituzione della Repubblica Italiana) tale opportunità ci viene negata.

Stefano Bianchi

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