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Berlino, 25 set – Il partito sovranista tedesco, Alternative für Deutschland (Afd), è diventato il terzo partito della Germania, subito dopo i “Volksparteien”, cioè i partiti di massa (Cdu e Spd). Questo risultato storico ha destato preoccupazioni in tutta la stampa progressista e moderata, che ha gridato ai “nazisti” ritornati dopo 70 anni in Parlamento. Il copione è sempre lo stesso: i “populisti” crescono facendo leva sulle paure degli “sconfitti della globalizzazione”, parlando alla “pancia del Paese” e diffondendo fake news (alias “bufale”). Troppo facile, troppo semplicistico. E, a ben vedere, pure poco redditizio, visto che questa campagna mediatica demonizzante ha finito per rafforzare i “populisti di destra”, invece di indebolirli, facendo passare l’idea che l’Afd sia l’unico partito veramente “anti-sistema”.



Ma le cose stanno veramente così? In un certo senso sì. Soprattutto per quel che riguarda il tema dell’immigrazione, cioè il cavallo di battaglia dell’Afd che ha fatto le sue fortune. In effetti, con la “politica delle porte aperte”, la Merkel ha lasciato scoperto il “fianco destro” dell’Unione, creando una falla che è stata riempita proprio dall’Afd. Ma a fare le spese dell’ascesa dei sovranisti è stata anche la Linke, che fino a poco tempo fa era il “partito di protesta” per antonomasia, il baluardo dei poveri e dei derelitti. Eppure, la sinistra tedesca, schieratasi in massa – per motivi ideologici – a favore dell’accoglienza indiscriminata, ha finito per perdere il consenso delle classi meno abbienti della Germania orientale, le quali si sono spostate in massa verso l’Afd. Un suicidio politico annunciato, che ora è diventato realtà.

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A parte il tema dell’immigrazione e la battaglia contro l’ “islamizzazione” della Germania, però, che cosa vuole veramente l’Afd? Tra i punti originali del programma del partito, possiamo osservare le tematiche classiche del “populismo”: uscita dall’Ue e dall’euro, rifiuto dell’ideologia gender e contestuale sostegno alla famiglia tradizionale, eliminazione delle “quote rosa”, supporto a Israele in chiave “anti-islamica” e avvicinamento alla Russia in politica estera. Per quanto riguarda la politica economica, tuttavia, se si eccettua il ritorno a una moneta sovrana, l’Afd non si discosta molto da un partito di centro moderato. Ed è proprio qui che la vaghezza dell’Afd (voluta) non aiuta a capire. Si tratta, del resto, di una vaghezza che è la forza e al contempo la debolezza del partito.

Eppure, per capire chi sono i sovranisti tedeschi, bisogna ripercorrere brevemente la lo loro storia. Nato nel 2013 come atto di rivolta all’europeismo della Merkel, il partito fu fondato principalmente da transfughi della Cdu, ritenuta troppo centrista. Il cavallo di battaglia dell’Afd era unicamente il “no-euro”. Il presidente del movimento era Bernd Lucke, docente di economia all’Università di Amburgo. Al tempo l’Afd si profilava, insomma, come una specie di “Cdu di destra” e come il “partito dei professori”. Nel 2015, però, si arrivò a una prima svolta: scoppiò una lotta intestina tra i “moderati”, capeggiati da Lucke, e i “destrorsi”, riuniti attorno alla battagliera Frauke Petry. A spuntarla fu proprio la Petry con conseguente fuoriuscita di Lucke e dei suoi sodali. Questa svolta portò l’Afd a profilarsi come un vero e proprio partito anti-sistema e anti-immigrazione in grado di catalizzare la rabbia di un’ampia fascia di elettorato che non ne poteva più della “politica tradizionale” e della “casta” dei partiti storici. In seguito a diversi successi registrati alle elezioni europee e in alcuni Länder, però, pochi mesi fa si è arrivati a un nuovo scontro di vertice che dura ancora oggi: a contendersi il potere ci sono da una parte i “realpolitici”, che fanno capo alla Petry e mirano a far partecipare l’Afd a un’alleanza di governo, mentre dall’altra parte ci sono i “radicali”, coagulatisi attorno ai vicepresidenti Alexander Gauland e Jörg Meuthen, i quali vogliono che l’Afd resti un partito di opposizione e anti-establishment. La battaglia ha per ora sorriso ai radicali, tanto che la Petry ha dovuto rinunciare alla candidatura alla cancelleria.

La situazione, però, resta esplosiva. È infatti notizia delle ultime ore che la Petry – ampiamente premiata dal consenso nel suo distretto elettorale in Sassonia – ha annunciato che non farà parte del futuro gruppo parlamentare dell’Afd. Uno strappo clamoroso che arriva a neanche un giorno di distanza dal risultato storico del partito alle elezioni. Ora Gauland e Meuthen cercheranno di ricucire i rapporti, ma questa situazione (a tratti surreale) mostra quanto l’Afd sia ancora instabile e preda di continue lotte intestine. La vaghezza a volte, come hanno dimostrato i grillini, può essere un punto di forza. Ma, in altri casi, rischia di mandare tutto a monte.

Gabriele Costa

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4 Commenti

  1. La cosa incredibile è che tutti i giornali mainstream non fanno altro che parlare di voto “di pancia”, di “malessere”, di qualcosa di patologico. Per loro non esiste la possibilità che una persona, razionalmente, lucidamente, senza odio, senza paure, senza isterismi, decida di votare per un partito che si oppone all’immigrazione.

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