Munich_Eye_05_15_49_00Parigi, 28 dic – E all’improvviso la Francia scoprì che ci sono alcuni “francesi” che sono meno francesi di altri. La sinistra transalpina è infatti spaccata dalla volontà del governo di inserire nella prossima riforma costituzionale la possibilità di togliere la cittadinanza ai possessori di doppio passaporto condannati per atti di terrorismo, compresi quelli nati in Francia.

Se Valls difende a spada tratta il provvedimento – che deve comunque essere votato in Parlamento – nel resto della gauche è psicodramma totale. Jean-Luc Mélenchon, per esempio, l’ha presa bene: il cofondatore del Parti de la gauche dichiara di essere preda della “nausea assoluta”: “Questo è troppo, hanno demolito tutto. Siano maledetti per questa ignominia senza precedenti”. Il tono dei commenti indignati è più o meno sempre questo.

Cosa rimproverano i critici a Valls, a parte aver sposato una delle proposte del Front national (cosa che comunque per molti basta e avanza)? Il fatto di discriminare fra cittadini francesi: in fin dei conti chi ha un doppio passaporto è pur sempre un cittadino come tutti gli altri, che non deve dimostrare più attaccamento alla Francia degli altri e non deve avere pene ulteriori in caso di condanne. Ma è evidente che si tratta di discorsi che sfiorano solo la superficie del problema, peraltro non centrato affatto neanche dalla riforma voluta da Valls.

Il cuore della questione, infatti, è il fallimento di un’idea di cittadinanza universalmente estendibile. L’idea, cioè, che essere francesi, o del resto italiani o tedeschi, sia frutto di una procedura burocratica, quando invece è del tutto evidente che, in Europa, esistono centinaia di migliaia, forse milioni di europei sulla carta che non si sentono tali. E, anzi, spesso si sentono come anti-europei. Europei che non sono tali né per razza, né per cultura, tradizioni, religioni, valori, memoria, ma lo sono per passaporto. C’è un modello intero che ha fallito. Bisognerebbe partire da qui, anziché decidere di tappare un’inondazione colossale mettendo un dito nel buco della perdita.

Giuliano Lebelli

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