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casa di riposo per monaciParigi, 2 dic – Nonostante sia già trascorsa più di una settimana, restano ancora avvolte nel mistero le circostanze dell’attacco avvenuto in una casa di riposo per monaci e missionari nel piccolo comune di Montferrier-sur-Lez, a sud della Francia, lo scorso 22 novembre. Anche se la notizia è passata quasi inosservata, infatti, intorno alle 21.45, “Le querce verdi”, struttura isolata a tre piani che ospita una sessantina di anziani religiosi, ha infatti subito un assalto da parte di un uomo incappucciato che è entrato nell’edificio armato di un fucile a canne mozze ed un coltello, ha legato l’infermiera presente all’ingresso ed ha poi accoltellato a morte un’ausiliaria di 54 anni che si trovava al primo piano per poi darsi alla fuga. Una fuga conclusasi, grazie all’identificazione del veicolo, dopo venti ore di ricerche anche in elicottero per i sobborghi di Montpellier, nella sua casa di Saint-Mathieu-de-Treviers, a circa quindici chilometri dalla casa di riposo nella quale pare fosse stato impiegato in passato come aiuto-infermiere. Quarantasette anni, disoccupato e padre di due figli ed un’esperienza nelle truppe paracadutiste, il procuratore della Repubblica di Montpellier Christophe Barret non ha voluto aggiungere altro ed, anzi, gli investigatori si sono affrettati ad escludere la pista del terrorismo islamico, pur senza avanzare al momento altre ipotesi. Secondo loro, oltre a non esserci stata alcuna rivendicazione, sarebbe insolito per uno jihadista incappucciarsi durante un’azione simile.

Sta di fatto che la pista al momento privilegiata, quella locale che al massimo parla di uno “squlibrato”, rimane ancora poco chiara mentre sull’identità dell’uomo non si conoscono ulteriori dettagli. Il sospetto che le autorità possano nascondere la pista islamista provengono proprio dai pochi elementi messi a disposizione e dai commenti a caldo degli organi inquirenti, subito pronti a relegare l’episodio alla cronaca locale dopo un impiego di uomini e forze pur notevole. Non sarebbe del resto una novità.

Ipotesi a parte, l’allarme dovuto agli attacchi anti-cristiani in Francia resta alto, come raccontano i dati del Rapporto 2016 sulla libertà religiosa nel mondo, edito dalla fondazione pontificia “Aiuto alla Chiesa che soffre”. Nei primi cinque mesi dell’anno che volge al termine, infatti, ben 233 sarebbero stati gli atti di violenza o discriminazione contro i cristiani in Francia. Un attacco al giorno, in media, contro chiese, tombe, cimiteri o statue, con un aumento del 40%. Attacchi culminati con l’assassinio di matrice jihadista di padre Jacques Hamel, sacerdote di 86 anni, parroco della chiesa di Saint-Etienne-du-Rouvray, in Normandia. Incendi ed atti di vandalismo (810 i luoghi di culto attaccati nel 2015, secondo il rapporto), ma anche l’hackeraggio di siti cattolici e atti discriminatori, come la decisione della società di trasporti parigina Ratp, che ha fatto rimuovere da alcuni poster pubblicitari una frase a favore dei cristiani perseguitati in Medio Oriente, mentre avrebbe permesso alla compagnia Lebara Mobile di augurare un “Felice Ramadan” ai suoi clienti.

Un rapporto che, sicuramente, non può esser preso per oro colato – dal momento che la fonte è evidentemente interessata e che i criteri di classificazione dovrebbero distinguere maggiormente il vandalismo dall’atto anti-cristiano in sé – ma che racconta certamente una realtà verosimile ed una frattura su base etnica della società francese della quale abbiamo già dato prova attraverso la cronaca di molti altri episodi.

Emmanuel Raffaele

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