Roma, 14 dic – Gas americano o gas russo? La partita ucraina non è circoscritta al campo dell’Europa orientale. Si gioca su più fronti, sia energetici – essenzialmente legati alle forniture di gas – che strettamente geopolitici. E comunque vada a finire, a perdere davvero sarebbe soltanto l’Europa. In primis, e soprattutto, proprio l’Italia.

Nel quadro geopolitico c’è un elemento su tutti da tenere in considerazione: l’acqua. La Russia, in una prospettiva a medio e lungo termine, sa bene di non poter restare bloccata in una gabbia ghiacciata. E’, a dirla tutta, una vecchia storia che potremmo far risalire al “Grande Gioco” tra Mosca e Londra, arcinota locuzione coniata da Kipling e magistralmente sviscerata da Hopkirk. Diversi decenni dopo dall’ormai irraggiungibile Mar Arabico, il conflitto latente si è però spostato in altre acque tiepide: Mar Nero, quindi Mar di Marmara, dunque Mar Egeo. La chiave è il Bosforo e chi lo controlla (i turchi), l’obiettivo di tutti (russi, inglesi e americani) è sempre il Mediterraneo.

L’attacco russo serve agli Stati Uniti. Il prezzo lo pagherà l’Italia

Adesso però il cannocchiale deve essere necessariamente puntato sul fronte energetico, perché in questo campo a rischiare la catastrofe siamo proprio noi importatori. Molti analisti fanno notare che l’attacco russo all’Ucraina servirebbe essenzialmente agli Stati Uniti, perché così potrebbero spezzare l’asse energetico tra Russia ed Europa, costringendoci ad acquistare gas “liquido” da Washington. E’ senz’altro vero, ma al contempo meno semplice di quanto possa sembrare.

“Gli Stati Uniti sono il nostro maggiore fornitore di Gas naturale liquefatto“, ha ricordato su Twitter il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Vero anche questo, al momento – volendo estendere il ragionamento – Australia, Qatar e Stati Uniti sono i leader mondiali in termini di capacità di liquefazione del gas. Ma è altrettanto vero che entro otto anni la Russia è destinata a diventare uno dei primi tre produttori al mondo di Gnl (esattamente nel periodo 2027-2030), superando l’Australia. Alla Casa Bianca ne sono ben consci ed è anche per questo che spingono per “separarci” da Mosca.

In quest’ottica, come ben spiegato oggi in un bel dossier dell’Ispi, tra i principali Paesi europei “l’Italia è di gran lunga il più ‘dipendente’ da Mosca. L’indice di vulnerabilità varia da un minimo di 0 (Svezia) a un massimo di 31 (Ungheria). Su questa scala, l’Italia fa segnare un sostanziale 19. Seconda tra i grandi Paesi Ue è la Germania, che fa segnare un valore di 12, comunque piuttosto elevato. Al contrario per la Francia, che si affida molto al nucleare e alle importazioni di Gnl, l’indice crolla a un valore di 3”.

Perché il gas russo è fondamentale

Cosa accadrebbe allora se dovesse scoppiare il conflitto in Ucraina e conseguentemente fossero interrotti i flussi di gas russo verso l’Europa? A farne le spese saremmo soprattutto noi e il gas liquefatto americano non risolverebbe i nostri problemi. Perché, sempre come sottolineato da Ispi, “l’Europa importa dalla Russia il 40% del proprio consumo di gas e non vi sono oggi possibili sostituti di questi volumi: i produttori di gas come Stati Uniti e Qatar stanno già operando a piena capacità, così come gli altri maggiori fornitori dell’Europa via gasdotto”.

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Per l’Italia il problema si porrebbe soprattutto dal prossimo autunno, considerando che il consumo di gas si riduce con la primavera alle porte. Sta di fatto che non possiamo fare a meno a lungo termine del gas russo, pena la limitazione della produzione industriale. Per questo né la Russia (venditore) né l’Europa (acquirente) possono pensare seriamente di interrompere il flusso di gas naturale, a vantaggio delle forniture “liquefatte” d’oltreoceano.

Eugenio Palazzini

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