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Roma, 11 mag – Il sangue degli innocenti torna a bagnare le strade di Gaza. Sette anni dopo l’ultimo attacco sferrato da Tel Aviv sul lembo di terra più martoriato del Mediterraneo. Il sangue di 9 bambini uccisi nei raid, in un’operazione che l’esercito israeliano ha ribattezzato “Guardiano delle Mura”, con quel piglio tragicamente poetico di chi studia nel dettaglio anche i nomi delle azioni belliche. Dall’altra parte l’ala militare di Hamas lancia razzi verso Israele, in una battaglia impari che soltanto nei video diffusi sul web dai combattenti palestinesi appare uno scontro reale. In realtà non c’è nulla di neanche lontanamente paragonabile a una guerra simmetrica. Perché unicamente i nomi delle operazioni militari, “Spada di Gerusalemme” quello scelto da Hamas, appaiono sullo stesso piano di un conflitto che miete vittime in una sola porzione del campo divelto dalle bombe.



Gaza, l’inferno delle spade arrugginite

“Gerusalemme ha chiamato, Gaza ha risposto”, dicono i miliziani che fanno volare razzi. Una notte di fuochi che ha innalzato la tensione – già altissima negli ultimi giorni sulla Spianata delle Moschee – facendo tornare in auge questo perenne scontro mediorientale.
Minacciosi e poco più, i razzi palestinesi, mentre sulla striscia da cui partono si contano oltre 103 feriti e 24 vittime. I media israeliani parlano di 15 miliziani di Hamas uccisi, con otto compagnie di riservisti della guardia di frontiera di Tel Aviv richiamati in servizio. Guerriglia disperata contro uno degli eserciti più potenti del mondo, aerei contro mitra, bombe contro sassi, pezzi di patria negata che si scagliano inutilmente contro solide difese impenetrabili. Mura di acciaio su cui rimbalzano spade arrugginite. E poi via con il classico copione delle reazioni politiche. Il mondo arabo che protesta, l’Europa imbambolata che chiede di sotterrare le armi e dialogare, gli Stati Uniti che fingono di gettare acqua sul fuoco. Déjà vu delle ipocrisie.

Palestina, quale autorità? 

In tutto questo emergono due elementi che spiegano il meccanismo deflagrante. Il primo è la ritirata ormai appurata dell’Autorità palestinese, incapace di avere la benché minima voce in capitolo a Gaza. Così oggi da Ramallah, in Cisgiordania, si limita a bollare come criminale “l’aggressione di Israele”. Parole destinate a cadere nel vuoto, flebile voce inascoltata da chi percorre ogni giorno le polverose strade della Striscia e che non risponde più a quelle autorità un tempo in grado di battere i pugni sui tavoli della diplomazia. Adesso prevale chi punta sullo scontro armato sapendo di perdere sul campo ma di consolidare consensi e potere. Occhio però a non limitarsi alla più semplicistica delle osservazioni sul cui prodest e sulla funzionale reazione scomposta ai soprusi di Tel Aviv. Non si legge quanto sta accadendo soltanto con lo sprofondare della Palestina laica nel limbo dell’irrilevanza.

Il colpo di coda di Netanyahu

Perché il secondo elemento da considerare è il ruolo del premier israeliano, quel Benjamin Netanyahu che governa dal 2009 e che a giorni verrà scalzato da un’improbabile coalizione multicolore. In Israele i principali partiti si sono uniti per levarselo di torno, Netanyahu, dopo oltre dieci anni di scandali e arroganza. Ma è ancora lui, questo discusso primo ministro, a definire i confini della strategia politica e militare israeliana. Ed è sempre lui che ha bisogno di un colpo di coda, per alzare la tensione atta a riprendersi il consenso perduto, consapevole che il governo in fieri nasce fragile e dunque traballante. Per comprendere i raid sulle misere case di Gaza è utile osservare le mosse nei palazzi di vetro di Tel Aviv. E’ da lì che partono le schegge finite nel sangue dei bambini riversi per strada, senza più palloni di pezza da calciare.

Eugenio Palazzini

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