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Berlino, 4 giu – Si prospettano tempi molto duri per Frau Merkel, il cui lungo regno potrebbe essere davvero arrivato al capolinea. Il voto delle Europee, in effetti, ha indebolito ancora di più la «grande coalizione» composta da Unione (Cdu/Csu) e Spd, già in crisi da mesi. In questo ha svolto un ruolo di primo piano la posizione della «cancelliera», in caduta di consensi a causa delle sue politiche migratorie e del suo scivolamento a sinistra. Un trend negativo che dura da almeno un paio d’anni, tanto che la Merkel è stata costretta, in seguito alla batosta elettorale in Assia, ad annunciare che non si sarebbe ricandidata al cancellierato nel 2021. Il primo passo in questa direzione è stato il passaggio di testimone alla sua alter ego Annegret Kramp-Karrenbauer, alla quale è stato affidato il timone della Cdu. Eppure, contro ogni più catastrofico pronostico, aleggia ora lo spettro del voto anticipato e, pertanto, del pensionamento anticipato di Angela.



Una crisi senza fine

Ma più che la Merkel, il vero anello debole della Große Koalition è la Spd, che all’ultima tornata elettorale ha toccato il fondo della sua storia plurisecolare. Successivamente alla débâcle patita alle Politiche nell’autunno del 2017, che qualche mese dopo è costata la testa a Schulz, i socialdemocratici erano infatti intenzionati a passare all’opposizione, proprio perché avevano capito che fare il socio di minoranza della grande coalizione non paga. Tuttavia, fallite le trattative per la formazione di una maggioranza di governo «Giamaica» (Cdu/Csu, Verdi e Liberali), la Spd fu convinta dal presidente della Repubblica – ed ex compagno di partito – Frank-Walter Steinmeier a ricomporre obtorto collo un esecutivo con la Cdu «per il bene del Paese». Adesso, però, il magrissimo 15,8% racimolato alle Europee ha confermato quello che tutti sapevano: l’abbraccio fatale con la Merkel avrebbe gettato i socialdemocratici nel baratro. E così è stato. Tant’è che la presidente della Spd, Andrea Nahles, ha rassegnato le proprie dimissioni lasciando il partito in mano a un trio di «traghettatori», i quali prendono molto seriamente l’opzione del voto anticipato, con tanto di susseguente pausa di riflessione, cioè quattro anni di opposizione.

Confindustria scarica la Merkel

Ma non è solo la Spd ad averci rimesso con la grande coalizione. Anche la Merkel – che ha dovuto fare concessioni importanti ai socialdemocratici pur di formare il governo – viene ora bacchettata dagli industriali per le sue politiche eccessivamente «socialiste». La potente Confindustria tedesca (Dbi), infatti, ha fatto sapere di «aver perso gran parte della fiducia che aveva riposto nel governo». Tra i massimi sostenitori (e beneficiari) della politica delle porte aperte, ora gli industriali annusano l’aria di tempesta e si preparano a scaricare la Merkel, ormai sempre più sola.

I Verdi puntano in alto

Chi sta invece spingendo al massimo l’acceleratore per tornare alle urne sono senz’altro i Verdi, i veri trionfatori delle ultime elezioni. Diventati secondo partito di Germania con uno storico 20%, i Grünen continuano a salire vertiginosamente nei sondaggi: stando a un recente rilevamento, ora si attesterebbero addirittura al 25%, a un solo punto percentuale dall’Unione. È chiaro allora che, con una grande coalizione che non rappresenta più la maggioranza del Paese, i Verdi hanno tutto l’interesse a forzare i tempi per le elezioni anticipate e passare così all’incasso. Con ogni probabilità la candidata alla cancelleria sarà la copresidente Annalena Baerbock: una scelta del tutto congruente con il femminismo radicale dei Verdi. Che, per il resto, sono i più pedissequi sostenitori dell’agenda globalista, incluso un furore etnomasochistico e antitedesco da far ribrezzo. L’unico ostacolo alla loro marcia trionfale è rappresentato dall’innata ritrosia dei tedeschi a far finire anzitempo una legislatura: la «stabilità», infatti, è la qualità politica che più di tutte piace agli elettori teutonici. Ma del resto, si sa, tempi nuovi spesso portano abitudini nuove. Chissà che non tocchi presto anche alla «virtuosa» Germania.

Valerio Benedetti   



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