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Gerusalemme, 23 lug – Un antico adagio mediorientale recita: la pace nel mondo arriverà quando ci sarà la pace in Terra Santa, la pace in Terra Santa ci sarà quando sarà pace a Gerusalemme, a Gerusalemme ci sarà pace quando tutti potranno pregare in pace alla Spianata delle Moschee. Gli ultimi eventi dimostrano quanto sia lontana questa possibilità in Medioriente e quindi nel mondo.



La cosiddetta crisi per gli accessi alla Spianata (terzo luogo santo dell’Islam) nasce dopo l’attentato del 14 luglio quando tre palestinesi attaccano alcuni soldati israeliani con armi da fuoco fabbricate artigianalmente ma comunque letali che uccidono due poliziotti israeliani di etnia drusa. In pochi minuti i palestinesi vengono freddati sulla Spianata delle Moschee dove cercano di scappare e immediata è anche la risposta politica. Per tre giorni viene chiuso l’accesso alla Spianata (non era mai successo nemmeno ai tempi delle guerre sostenute da Israele).

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Successivamente la Spianata viene riaperta ma con l’inserimento di metal-detector agli accessi delle porte nella zona araba. Nella parte ovest (quella per i turisti) già c’erano. Una decisione quella del governo Netanyahu che potrebbe sembrare naturale in termini di sicurezza in qualunque parte del mondo ma non a Gerusalemme. Non in questo luogo. Una qualunque modifica della situazione intorno a questo mezzo chilometro quadrato, il più conteso del mondo, vuol dire mettere in crisi lo status quo sul quale si reggono i precari equilibri di convivenza a Gerusalemme e non solo. La Spianata è sotto il controllo e l’autorità virtuale del re di Giordania ma l’attività in loco è gestita da un organizzazione religiosa (waqf) che fa capo al Gran Mufti di Gerusalemme.

Israele ha tendenzialmente rispettato questa situazione per un motivo anzitutto religioso. Lo dimostra quanto accaduto durante la conquista di Gerusalemme da parte dei  paracadutisti israeliani nel 1967 che non salirono sulla Spianata non avendo ottenuto i permessi dal Rabbinato. Gli ebrei non possono (potrebbero) salire sulla Spianata (da loro chiamato Monte del Tempio) perchè non è chiaro dove esattamente sia il Santa Sanctorum dei due templi che nei millenni sono stati costruiti e poi distrutti per mano prima dei Babilonesi (Nabucodonosor) e poi dei Romani (Imperatore Tito).

Sono però lontani i tempi del sionismo delle origini, movimento laico e di sinistra, che portò alla creazione dello stato d’Israele e anche tra gli ebrei la deriva religiosa, per non dire integralista, sta incrementando esponenzialmente il suo peso nella società israeliana. Da una trentina d’anni sono nate in Israele e all’estero organizzazioni e società che finanziano e supportano progetti per la costruzione del Terzo Tempio. Nelle Sacre Scritture si dice che il Messia d’Israele arriverà quando verrà costruito il Terzo Tempio. Da un punto di vista sacrale questi gruppi di fanatici religiosi ribaltano la prospettiva: costruire il Terzo Tempio per richiamare il Messia.

Tutti temi che sembrano esercizi astrusi di fanatismo ma non a Gerusalemme dove più volte la polizia è intervenuta per impedire che questi gruppi portassero una particolare pietra sulla Spianata per iniziare i lavori del nuovo Tempio e soprattutto le forze di sicurezza sono riuscite a sventare almeno due attentati dinamitardi che miravano a far saltare in aria le moschee di Omar e Al Aqsa. Perchè il concetto è chiaro: il Terzo Tempio dovrà prendere il posto delle moschee. Con le catastrofiche conseguenze facili da immaginare e che potrebbero ripercuotersi in tutto il mondo.

Il Governo israeliano ha sempre sostenuto che non intende alterare la situazione sulla Spianata ma i musulmani non si fidano e intanto il loro accesso alle moschee è reso  sempre più complesso. Ormai da anni, ad esempio, dalla Cisgiordania occupata non è praticamente quasi più possibile accedere alla Città Santa per la preghiera del venerdì. In questi giorni si è ripetuto il divieto di accesso alla Spianata per i musulmani maschi al di sotto dei 50 anni. Per queste ragioni i fedeli, venerdì (proclamato il giorno della rabbia) non sono voluti entrare e hanno pregato per le strade attorno alla Spianata prima che esplodesse una rabbia popolare, costata sei morti, tra palestinesi negli scontri durante la giornata in varie zone di Gerusalemme e tre coloni ebrei in un insediamento e nord di Ramallah. Da venerdì a oggi altri palestinesi sono stati uccisi. Una tale violenza non si vedeva dai tempi della seconda Intifada.

La tensione è e resterà altissima anche nel prossimo futuro a Gerusalemme. Netanyahu ha chiesto aiuto ai leader arabi per contenere le dimostrazioni, Abu Mazen ha chiamato la Casa Bianca per chiedere la rimozione dei metal detector. Intanto, pare che oltre ai metal detector sono state installate telecamere di sicurezza in corrispondenza dei varchi dove passano i musulmani per salire sulla Spianata. C’è chi dice che sostituiranno i metal detector, chi dice che saranno a loro integrazione.

Ma leader arabi e palestinesi hanno una presa minima sulla popolazione di Gerusalemme Est. Parliamo di 200 mila persone che vivono “assediate” tra la Gerusalemme israeliana e gli insediamenti dei coloni ebrei costruiti tutto intorno. Senza leader credibili, abbandonati dal mondo (anche musulmano), discriminati, repressi, senza prospettive politiche e di lavoro. Un futuro da incubo si prospetta per i palestinesi di Gerusalemme Est, e non solo per loro come spiega l’antico adagio sulla pace in Terra Santa.

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