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Palermo, 23 lug – Anche il Sole 24 ore se ne è accorto: in Italia siamo messi da panico, ma la Sicilia è probabilmente la Regione più malmessa di tutte. Ora, lungi da noi soprassedere rispetto allo sport tipico di quelle latitudini, ovvero del piagnisteo vittimista permanente, ma in effetti il problema esiste e non è stato mai seriamente affrontato negli ultimi decenni.

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Di sicuro sappiamo una cosa: che il business dei servi e dei barboni, ovvero il turismo, non è stato in grado di risollevare l’economia isolana nonostante gli oggettivi record di presenze. Non ci dobbiamo stupire più di tanto, dato che l’abbiamo sempre detto: l’industria del forestiero è semplicemente prostituzione del territorio e delle persone alla “generosità” altrui. Certo, piace moltissimo alla mafia che può riciclare i suoi proventi nella costruzione di casermoni di cemento atti ad accogliere il forestiero medesimo, e piace anche molto agli esercenti che possono contare, grazie alla disoccupazione di massa, di una legione di camerieri a bassissimo costo da far stare in piedi 10 ore al giorno. Lo capirebbe però anche un bambino che questa non è decisamente la strada per lo sviluppo ed il benessere economico.

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La strada per risolvere l’annosa questione del Mezzogiorno non è sicuramente quella sbirresca della “lotta all’evasione” o altre corbellerie, perché l’esistenza di un’economia informale in Sicilia ed altrove è praticamente l’unica cosa che impedisce alla fame di diventare un problema. Il crimine organizzato ci va a nozze, ma questa è una conseguenza, non la causa. La militarizzazione della Sicilia e l’imposizione della legge marziale ha sicuramente un senso, sull’esempio del prefetto Mori che alla mafia diede realmente filo da torcere, ma se al contempo non si fa nulla per offrire ai siciliani una alternativa seria alla delinquenza ed al turismo, i grandi mali dell’Meridione, non se ne potrà mai uscire realmente.

Ora, si dà il caso che la Sicilia sia esattamente nella posizione strategica che le permetterebbe di divenire uno snodo primario per la nuova via della seta che sta lentamente integrando il sistema dei trasporti del continente euroasiatico. L’Italia offre ottimi porti per intercettare, come nel caso del Pireo greco, le navi in uscita dal canale di Suez: sono il porto siciliano di Augusta e quello pugliese di Taranto. Per questo, la Sicilia, se unita al continente col famoso “ponte” e relativa ferrovia ad alta velocità, sarebbe la base del commercio del Mediterraneo (che è il primo al mondo per intensità dei flussi), collocandosi esattamente nel cuore del Mare Nostrum.

Questo richiede investimenti plurimiliardari, i quali saranno possibili solo grazie ad una ritrovata sovranità monetaria. Ma il problema vero sarà quello di battere una mentalità stratificata e consolidata: servilismo, amore per lo straniero e fatalismo hanno rovinato la Sicilia molto più che la mafia, che in fondo è semplicemente il pretesto per l’immobilismo più vigliacco. La Sicilia potrà viceversa diventare il centro del Mediterraneo e prosperare di una economia realmente produttiva ad altissima intensità di capitale, ma per farlo serve volontà e desiderio di emancipazione comunitaria.

Matteo Rovatti

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