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Roma, 14 dic – Al contrario di altri Stati africani, Gibuti non ha giacimenti di idrocarburi o depositi di materie prime. Normale quindi che il suo governo cerchi di massimizzare i benefici che derivano dalla sua posizione geografica.

Situato tra l’oceano indiano e il mar rosso, la piccola nazione da un milione di abitanti ha cercato negli anni di investire nel settore portuale. Da quelle parti ogni anno transitano circa 30mila navi merci: da qui il tentativo di diventare una via di sbocco per tutte le nazioni confinanti che non hanno accesso al mare. Un esempio in tal senso è la ferrovia che collega l’omonima capitale con Addis Abeba, grazie a cui sono sensibilmente aumentati i traffici del suo porto. Tramite esso passano infatti tutte le merci da e per l’Etiopia, rappresentano il 90% del volume.

Gibuti punta a diventare snodo mercantile

Per quanto importante, però, questo non basta. Per tale motivo nel 2017 il governo ha iniziato la costruzione di tre nuovi scali e, nel 2018, avviato la costruzione di un grande centro logistico per massimizzare le potenzialità offerte dai suoi porti.
Grazie ad investimenti per un valore di tre miliardi e mezzo di dollari questo, una volta ultimato il centro si estenderà su un’area di 4800 ettari e permetterà non solo di gestire al meglio i traffici di merci in aumento, ma anche di trasformare le merci in prodotti al alto valore aggiunto.
Il governo di Gibuti ha grandi ambizioni, tant’è che mira a diventare il punto di riferimento non solo dell’Etiopia ma anche di Somalia, Sud Sudan e altre regioni dei grandi laghi. Il centro logistico, inoltre, si stima capace di creare 15mila posti di lavoro fra diretto e indotto.
Le operazioni saranno gestite da Djibouti Ports e Free Zone Authority assieme a tre società asiatiche: China Merchants Holdings, Dalian Port Authority e IZP. L’obiettivo è quello di arrivare a movimentare merci per 7 miliardi di dollari.
Giuseppe De Santis

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