syria-iraq-kurdistan-30nRoma 14 Dic – Con lo sviluppo delle ultime settimane il conflitto in Siria ha assunto un dinamismo e una fluidità che richiedono una analisi lucida sulla complessità della situazione sul ruolo di tutti gli attori nel teatro siriano ma più generalmente quello di tutti i partecipanti al “grande gioco” in corso nel Vicino e Medio Oriente. Una partita sempre più impegnativa e senza esclusione di colpi.

In base a questa considerazione, si deve necessariamente tenere presente che, la maggior parte degli eventi, siano essi in Siria, Iraq o Libano o addirittura in Libia o nell’Africa sahariana, sono in correlazione tra loro, a tutti i livelli.

Esiste, quindi, un importante collegamento tra il bombardamento americano della base militare siriana in Ayyash, Siria nord-orientale, e l’invasione turca del nord dell’Iraq, con le conseguenti contro-mosse russe in entrambe le situazioni.

Ma vediamo i fatti.

A pochi giorni dalla prova di forza di Ankara: l’abbattimento dell’aereo russo e l’escalation politica, militare ed economica tutt’ora in corso, Erdogan ha promosso in Iraq una spedizione militare tutt’altro che legittima. Il quattro dicembre infatti, una spedizione militare turca formata da milleduecento soldati con venti carri armati e artiglieria pesante è entrata in profondità nell’Iraq del nord stabilendo una base nei pressi di Mosul. Un’azione strategica del governo turco che dopo aver provato ripetutamente a stabilire un proprio contingente militare nel nord di Aleppo in Siria, tentativo bloccato in extremis dall’intervento russo, rivolge le sue attenzioni, ormai non più velate, all’Iraq.

Non è un mistero la rivendicazione storica e politica che fa apparire a molti turchi vedono la città irachena di Mosul come una zona che appartiene storicamente alla Turchia.

Nell’ottobre del 1918, alla fine della Prima Guerra Mondiale, dopo la firma dell’armistizio di Mudros, le forze britanniche occuparono Mosul. Dopo la guerra, la città e la zona circostante divennero parte integrante prima dell’amministrazione britannica (1918-1920) e poi dell’Iraq. Questo mandato è stato da sempre contestato dalla Turchia, che ha continuato a rivendicare il territorio sulla base del fatto che era sotto il controllo ottomano durante la firma dell’armistizio. Nel trattato di Losanna, la disputa su Mosul, fu lasciata ad una futura risoluzione da parte della Lega delle Nazioni, che in seguito la risolse assegnando quei territori all’Iraq.

Ad oggi Mosul, che con più di tre milioni di abitanti è la seconda città più grande dell’Iraq, è occupata dal sedicente califfato dell’Isis.

Il contingente turco si è stabilito in uno dei piccoli campi militari nei quali gli istruttori militari di Ankara addestrano da tempo curdi e tribù sunnite, ufficialmente in funzione anti-Isis. L’esistenza di questi campi di addestramento -in tutto quattro- risale però agli anni novanta, quando i curdi del leader Barzani ricevevano aiuto dai turchi per combattere il governo iracheno e i curdi del PKK . La presenza turca, sempre costante, venne poi giustificata come in garanzia del cessate il fuoco, nel frattempo raggiunto, tra il Partito Democratico del Kurdistan di Barzani e l’Unione Patriottica del Kurdistan di Jalal Talabani. Entrambi, avevano approfittato della Prima Guerra del Golfo (1991), con conseguente indebolimento del regime baathista di Saddam Hussein, per proclamare l’autonomia del Kurdistan iracheno, ma ben presto era iniziato il conflitto tra le due principali fazioni curde irachene per il controllo politico della regione. I peshmerga guidati da Barzani, trovarono un alleato di comodo nella Turchia, che utilizzava quei territori e quelle basi per monitorare le attività delle forze curde del PKK che nel frattempo combattevano per l’indipendenza del Kurdistan turco (o Kurdistan del Nord).

Oggi, l’inserimento di carri armati e artiglieria pesante in questi campi di addestramento rende ben diverso l’utilizzo, e lo scopo delle basi stesse.

L’analisi che possiamo proporre si basa sul fatto che, prima o poi, Mosul verrà liberata dall’Isis e la presenza militare turca, in queste ore arrivata a duemila unità, mostrerà il suo vero volto. L’Iraq potrebbe trovarsi di fronte ad un’amputazione illegittima del proprio territorio. Nel frattempo, con la presenza dell’Isis, i vari attori sul terreno, con la Turchia in primo piano, stanno beneficiando dell’enorme traffico di petrolio che viene quotidianamente trasferito dai giacimenti intorno a Mosul, e non solo, proprio nei porti turchi e da lì venduto sui mercati mondiali.

Indagando sui rapporti tra i curdi iracheni e i turchi va segnalato che, il più consistente invio di truppe da parte di Ankara era stato preceduto da un accordo, raggiunto il quattro novembre, nell’incontro tra il leader curdo Massoud Barzani, erdo-barzani_1Presidente del Governo Regionale del Kurdistan (KRG) e il Ministro degli Esteri turco Feridun Sinirlioglu, per una base militare permanente nella regione di Bashiqa a 32 chilometri da Mosul.

Il piano del “sultano” Erdogan risulta azzardato per tempistiche e modalità, il governo iracheno, che in passato ha sempre più o meno tollerato la presenza militare turca nell’Iraq del nord, ora non è più disposto a chiudere un occhio. Tutti i maggiori partiti iracheni vedono l’invasione, la Turchia non ha chiesto né l’autorizzazione né concordato con il governo di Baghdad, come un atto ostile contro il loro paese.

Formalmente, il governo iracheno del premier Abadi ha chiesto l’immediato ritiro del contingente turco, ma non sono pochi i politici iracheni che vorrebbero un’azione militare, soprattutto aerea, contro le forze d’invasione turche. Questo perché, quasi tutti a Baghdad, credono che la Turchia voglia a lungo termine impossessarsi di quelle zone e nell’immediato fornire un ombrello di protezione allo Stato Islamico e continuare a tenerlo in vita per utilizzarlo secondo le proprie necessità.

Sullo sfondo, il ruolo dei curdi di Barzani: il governo regionale da lui presieduto è profondamente corrotto e alle prese con una gravissima crisi economica, per questo il business illegale del greggio è un affare a cui, ora come ora, non può proprio rinunciare. In realtà, il commercio illegale del petrolio, che appartiene al governo centrale iracheno, è affare vecchio e conosciuto. La famiglia Barzani, che occupa non solo l’ufficio presidenziale del KRG, ma anche le cariche di primo ministro e dei servizi segreti locali, è in affari con i turchi da parecchi anni, nello specifico direttamente con la famiglia Erdogan, il cui genero, ora ministro dell’energia, ha il diritto esclusivo di trasportare il petrolio “curdo” attraverso la Turchia, mentre il figlio di Erdogan, controlla la compagnia di navigazione che trasporta il greggio sui mercati occidentali, Israele compreso. Il petrolio, estratto dall’Isis nei territori in Iraq e Siria orientale sotto il suo controllo, compie esattamente lo stesso percorso.

Il riavvicinamento dell’Iraq alla Russia è l’unica carta che il governo di Baghdad può efficacemente spendere per garantire la sua sovranità e questa passa inevitabilmente anche attraverso la sopravvivenza di Damasco.

Pochi giorni dopo l’invasione turca del nord Iraq, il sei dicembre, a poche centinaia di chilometri, al di là del confine iracheno-siriano, aerei della “Coalizione anti-Isis” hanno bombardato, nella zona di Ayyash vicino Deir Ez Zor, una base militare della 137a Brigata d’artiglieria dell’esercito regolare siriano, uccidendo tre soldati siriani e ferendone altri tredici. Una azione apparentemente inspiegabile condotta in una zona dove oltre centomila civili siriani resistono da parecchi mesi all’ assedio del califfato, proprio grazie la protezione dell’esercito siriano.

La Coalizione, guidata dagli Stati Uniti, attraverso il suo portavoce, colonnello Steve Warren, ha subito negato il coinvolgimento nel raid, nonostante il fatto che anche il sedicente “Osservatorio siriano per i diritti umani”, con sede nel Regno Unito, abbia confermato l’attacco sulla base militare siriana. Secondo lo stesso osservatorio, questa sarebbe stata la prima volta che un raid della Coalizione abbia colpito ed ucciso truppe del governo siriano.

La smentita di Warren, che ricalca la risposta standard del Pentagono a qualsiasi addebito di colpevolezza, suggerisce che l’attacco era una provocazione deliberata per innescare attacchi di rappresaglia magari Russi per giustificare un più ampio impegno delle truppe americane soprattutto in quelle zone.

mappa-petrolio-isisSta di fatto che, l’attacco contro le truppe siriane, a trenta miglia dal’ obiettivo designato, sia col consenso diretto dalla Casa Bianca, sia se fosse da ricondurre a manovre indipendenti del Pentagono, non può essere stato frutto di alcun errore. Ancor più chiaro ed interessante è il fatto che il bombardamento degli Stati Uniti è avvenuto contemporaneamente, con una tempistica a dir poco sospetta, all’ offensiva da parte dell’Isis, tutt’ora in corso, proprio sui quei villaggi. In altre parole, l’attacco degli Stati Uniti ha fornito la sufficiente e necessaria copertura aerea alle concomitanti operazioni di terra dei terroristi.

Il collegamento, tra il bombardamento USA sulla base siriana e l’invasione turca nel nord dell’Iraq, potrebbe essere qualcosa ben al di fuori di semplici congetture o coincidenze, anche se i due casi, apparentemente, appaiono isolati. Il collegamento comincia ad avere una sua consistenza se si aggiunge, ai due episodi sopra citati, anche un terzo.

Il giorno dopo l’attacco ad Ayyash, aerei da guerra della Coalizione Usa, hanno bombardato la cittadina di Al-Khan nel nord-est della Siria, in territori controllati dall’Esercito siriano ma con una fortissima presenza curda, uccidendo 26 civili siriani di cui almeno quattro donne e sette bambini.

Questi attacchi, dal punto di vista militare, mostrano sicuramente la volontà degli Stati Uniti di controllare lo spazio aereo sopra la Siria orientale, teatro in cui con il passare del tempo la campagna anti-Isis sortirà il suo effetto, distruggendo il sedicente califfato, e dove magari si verrà a formare un nuovo soggetto politico e territoriale a cavallo tra Iraq e Siria. Alcuni analisti, hanno già preso in considerazione questa ipotesi, parlando di polverizzazione dei due stati nazionali, Siria ed Iraq, e della creazione in parte dei loro territori di una nuova compagine statuale detta “Sunnistan”.

Uno stato artificiale, con buona pace dell’afflato democratico e della lotta per a libertà dei popoli ma nient’altro che un utile corridoio geografico tra Arabia Saudita, Qatar e Turchia e quindi Europa, capace di spezzare la contiguità territoriale e politica tra Teheran, Baghdad, Damasco e Beirut (Hezbollah ndr). Il suddetto piano “Sunnistan”, qui semplificato, non sarebbe altro che il “piano B” visto che Damasco si è dimostrata, inaspettatamente, così dura a morire. La “balcanizzazione” di questi territori è un fatto oramai dato per scontato, come si evince dalle parole di John Bolton, “Neocon” ed editorialista del New York Times che ha dichiarato: ”La realtà di oggi è che l’Iraq e la Siria così come li abbiamo conosciuti non esistono più. Piuttosto che sforzarsi per ricreare la mappa post-Prima Guerra Mondiale, Washington dovrebbe riconoscere una nuova geopolitica. La migliore alternativa allo Stato islamico nel nord-est Siria e nell’Iraq occidentale è un nuovo stato indipendente, meglio se sunnita”, o ancor più chiaramente ha suggerito che sarebbe necessario: “per sconfiggere ISIS, creare uno Stato sunnita “.

In questo momento, opposta a questo piano, è la strategia che fa perno sull’alleanza tra Teheran e Mosca, con quest’ultima grande sostenitrice dei governi nazionali di Damasco e Baghdad, e garante dei confini statuali di Iraq, Siria e Libano, dove la resistenza di Hezbollah è sin dalla nascita del movimento connessa alla salvaguardia dell’unità nazionale libanese, conditio prima di ogni sovranità.

Di qui l’inevitabile lo scontro.

I due fattori che reggono l’impianto strategico sarebbero A: la creazione della più grande organizzazione terroristica mai vista nella storia, l’Isis, esattamente nell’epicentro mondiale della produzione e del traffico di idrocarburi coperta da una“no fly zone”, non formalmente dichiarata ovviamente, ma di fatto stabilita dagli USA sotto forma di “avvertenze” che sia da deterrente per chiunque operi nei cieli della Siria orientale e dell’Iraq settentrionale, e B: la presenza di una forza militare sul terreno, quella turca.

Elementi essenziali per comprendere la futura e sempre più reale configurazione di quelle terre che qualcuno vorrebbe venisse tracciata solo ed esclusivamente seguendo i tragitti geometrici delle pipeline.

A legare ancor più questo quadro è, non solo il ruolo dei curdi di Barzani in Iraq, ma anche quello dei curdi siriani, che a causa del conflitto prolungato in Siria hanno assunto nel tempo un ruolo sempre più importante per l’effettiva concretizzazione del “piano B”.

Alcune analisi del giornalista turco Yavuz Baydar ci aiutano senz’altro a comprendere meglio: “Il controllo di Mosul è in cima all’ordine del giorno. Per questo vi è una convergenza evidente d’interessi tra la Turchia, il Governo Regionale Curdo (KRG) e gli alleati occidentali”. La figura chiave nel quadro generale è Khaled Hodja, leader della Coalizione Nazionale Siriana (SNC), in stretta collaborazione con leader del KRG Masoud Barzani. E ‘stato lui a dichiarare che ci sarebbe stata una forza di combattimento congiunta costruita in Rojava (il Kurdistan siriano o Kurdistan occidentale). I primi passi di questa nuova forza combattente sono le operazioni congiunte tra le milizie curde-siriane dell’YPD (Unità di Protezione Popolare braccio armato del PYD, Partito dell’Unione Democratica, la principale formazione politica dei curdi siriani) ed elementi del Free Syrian Army nella difesa di Kobane. Il sostegno a questa formazione anti-Isis, incentrata sui curdi siriani dell’YPG, seppur pubblicizzata in maniera massiccia sui media occidentali, ha sensibilmente irritato Ankara e di conseguenza reso più limitato il sostegno di Washington. Turchia ed Usa preferirebbero infatti una maggiore presa sul terreno, nel Kurdistan siriano, dei peshmerga di Barzani, ferrei alleati di entrambi piuttosto che dei curdi siriani alleati del PKK ostile ad Ankara.

Anche se attualmente, media ed analisti continuano a concentrarsi sulla rimozione di Assad, il perno di tutta la vicenda sembra essere diventato il controllo di quei territori che rimarranno dopo la distruzione del califfato dell’Isis. Una operazione gestita tra Turchia, il KRG e Stati Uniti volta a controllare parti del nord Iraq e della Siria orientale. Così, mentre lo sforzo per rimuovere Assad sembra essere stato temporaneamente messo in sordina, la determinazione di distruggere la Siria è più forte che mai.

E i russi? Le ultime dichiarazioni sembrerebbero contrastanti agli occhi dei più dato che da Mosca hanno dichiarato che: “La Siria è un paese sovrano e Assad è il presidente eletto dal popolo” ma anche che i russi avrebbero “..lavorato insieme con il Free Syrian Army” e che: ”L’aviazione russa ha condotto diversi attacchi su obiettivi individuati dalla FSA” e che “Questo dimostra ancora una volta che non stiamo bombardando la cosiddetta opposizione moderata o la popolazione civile”.

t_72_m1_turms_t_comparison_t_72_m1_syria_july2014_1Il Presidente Vladimir Putin, già a novembre aveva ribadito il sostegno al sedicente ”Esercito siriano Libero” (in realtà la coalizione nata a Kobane, tra curdi siriani e alcuni formazioni del Free Syrian Army), dichiarazione che aveva creato un po’ di scompiglio nelle illusorie certezze di chi pensa che sia già tutto deciso tra Mosca e Washington, e che mostrano invece la sottile politica della Russia, in questo caso potente e credibile mediatore tra Assad e alcuni ambienti dell’opposizione siriana, che non vuole lasciare il terreno della Siria nord-orientale in completa balia delle politiche Usa e della longa manus di Ankara.

I mediatori russi stanno lavorando ad una maggiore cooperazione politica tra il governo Assad e l’ala politica curda-siriana, questa potrebbe essere una grande vittoria politica sia per Damasco che per Mosca. Incorporare ambienti dell’opposizione, sul terreno comune dell’unità nazionale siriana e della laicità dello stato, metterebbe un freno anche allo strapotere, presente e futuro, di alcune milizie espressione di gruppi etnici e religiosi che comunque sostengono il legittimo governo siriano e garantirebbe anche una maggiore pluralità valida soprattutto agli occhi degli occidentali per le prossime elezioni siriane. In questo senso vanno lette anche le dichiarazioni del Presidente Assad, rilasciate durante l’ultima intervista all’agenzia di stampa spagnola EFE lo scorso undici dicembre in cui ha detto che: ”Siamo pronti a condurre negoziati con l’opposizione, ma dobbiamo prima definire questa opposizione che non significa lotta armata[..]c’è una grande differenza tra terroristi da una parte e l’opposizione dall’altra”. In altre parole, queste forze di opposizione e soprattutto i curdi siriani, hanno una grande occasione quella di lavorare sin da oggi al mantenimento dell’unità nazionale siriana, con un maggior peso politico nel futuro della Repubblica, peso che passa anche per una maggiore autonomia nel contesto amministrativo.

L’alternativa sarebbe cedere ai piani Uas di polverizzazione della Siria, con un Kurdistan iracheno allargato anche ai cantoni siriani, tutelato da Barzani e quindi dalla Turchia. Un nuovo stato che occupi il posto dei territori attualmente controllati dal “Califfo” che però molti vorrebbero già in Libia, con armi e bagagli, pronto a continuare l’avventura in salsa nord-africana.

Il progetto “Sunnistan” ha sempre più le sembianze di un Kurdistan allargato, sul modello iracheno, anche ai corrispondenti territori siriani con una politica inclusiva delle tribù arabe sunnite del deserto. Per la Siria come la conosciamo, lo stivala ed il coraggio del soldato potrebbero non bastare più, nuovi piani si preparano a livelli altissimi, dove nessuna arma può arrivare e dove alla mimetica lisa si preferisce la cravatta e il doppio petto, sale riunioni più pericolose del fronte in cui si uccide con una stretta di mano.

Giovanni Feola

Alberto Palladino

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Alberto Palladino
Nato a Roma, classe 1987. Studia Scienze storiche e cooperazione internazionale all’università Roma 3 e da qualche anno ha iniziato a percorrere la strada professionale del reporter. Fino ad oggi, nonostante le difficoltà che incontra chi lavora in questo settore da indipendente, è riuscito a coprire alcuni degli scenari di crisi più importanti di questi ultimi anni provando a raccontare, fra gli altri, la secessione in Ucraina e la guerra antiterroristica in Siria. Collabora con importanti testate nazionali e straniere. Ha realizzato reportage dal Kosovo, embedded con la missione italiana, dall’Azerbaijan e dai luoghi di eventi importanti e tragici come gli attacchi di Parigi. Ha collaborato alla realizzazione di progetti umanitari con la onlus Solidarité Identités e la onlus Popoli in molti dei Paesi da cui poi ha scritto per questa testata: Kosovo, Birmania, Siria. Ha viaggiata nella Siria devastata dal terrorismo scattando foto e aiutando i bisognosi, sublimando al massimo la sua vocazione. Per il Primato Nazionale anima la redazione esteri e propone i suoi scatti fotografici per far aprire gli occhi ai lettori, perché è persuaso che nel mondo di oggi non è più sufficiente guardare, bisogna vedere.

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