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zappaPechino, 4 gen – Registi, sceneggiatori, attori, personale televisivo? Tutti a zappare in campagna. La decisione è del governo cinese, che nei giorni scorsi ha annunciato di voler mandare gli artisti nelle zone rurali a vivere con i contadini per almeno un mese. Il provvedimento strizza l’occhio alla rivoluzione culturale di Mao, che evidentemente gli osservatori occidentali hanno dato troppo prematuramente per morta e sepolta. Il presidente della Repubblica popolare cinese, Xi Jinping, ha spiegato così la decisione: “gli artisti non devono inseguire la volgare popolarità ma promuovere il socialismo attraverso le proprie opere, creando così nuovi capolavori”.

L’agenzia di stampa governativa Xinhua, per spiegare la decisione del governo, ha citato parte di una dichiarazione dell’Amministrazione Generale Cinese di stampa, radio, cinema e televisione: “l’obiettivo è realizzare produzioni cinematografiche e serie TV su base trimestrale che ritraggano la vita nelle campagne, nei villaggi e nei siti minerari”. A tal fine, riporta Xinhua, “tutti gli artisti verranno inviati nelle zone abitate da minoranze etniche e nelle aree che hanno reso importanti contributi alla vittoria del paese nella guerra rivoluzionaria”.

Secondo Joseph Cheng, professore di scienze politiche presso la City University di Hong Kong, la decisione di Xi Jinping è più mirata rispetto alla storica rieducazione maoista che si rivolgeva a tutta l’intellighentia. Il quotidiano governativo China Daily, sottolineando che “la cultura non può svilupparsi senza una guida politica” non ha esitato però a paragonare con toni entusiastici la scelta del presidente cinese ai famosi “Discorsi sulla funzione della letteratura e dell’arte” di Mao, secondo i quali l’arte avrebbe dovuto servire la politica.

Certo forse non è pensabile che la Cina attuale intenda realizzare una “Grande rivoluzione culturale” del terzo millennio, pare però sempre più evidente la volontà di riabilitare la figura del Grande Timoniere, che, a partire dal 1978 con l’avvio delle quattro modernizzazioni promosse da Deng Xiaoping, sembrava sempre più destinata all’oblio. Se nel campo industriale e tecnologico nessuno può realisticamente aspettarsi frenate o addirittura retromarce da parte di Pechino, è dal punto di vista culturale che la lotta “all’imborghesimento” della società e alle “tentazioni democratiche” dei media cinesi appare prioritaria per il governo guidato da Xi Jinping.

Eugenio Palazzini

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