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Roma, 3 apr – L’Italia si ritrova nel bel mezzo della guerra dei dazi Usa vs. Russia e Cina senza avere il giusto peso specifico per non uscirne fortemente penalizzata.
Dopo che il presidente Usa Donald Trump ha dichiarato battaglia alla Cina con le tariffe all’importazione di acciaio è arrivata la risposta di Pechino con i dazi sulle importazioni di 128 tipologie di beni dagli Stati Uniti. Le tariffe si applicheranno, tra gli altri, a prodotti come la carne di maiale, l’alluminio riciclato, frutta, noci.
Il governo russo, dal canto suo, sta elaborando una risposta adeguata agli States per quanto riguarda l’introduzione di dazi del 25% sull’import di acciaio e del 10% sull’alluminio. A detta del vice ministro dell’Industria e del Commercio Viktor Evtukhov, le misure di risposta russe, vale a dire l’introduzione di dazi reciproci, dovrebbero arrivare “presto”. Il vice ministro ha sottolineato che se Mosca – che ha già promesso, come altri Paesi, di rivolgersi al tribunale del Wto – dovesse introdurre dazi di risposta, saranno realmente significativi.
Ma attenzione, la lettura di Evtukhov ci pò essere d’aiuto per capire che cosa sta succedendo. Ebbene, a detta del viceministro russo, gli Usa stanno agendo secondo una strategia precisa: “Introdurre dazi contro tutti e dopo, all’interno di operazioni di ricatto, cercare di ammorbidirli, chiedendo vantaggi per se stessi“.
Insomma, l’obiettivo di Trump è palese: difendere gli interessi americani, ritrovare un equilibrio che non si basi sul consumo a oltranza senza crescita. Gli Usa hanno un deficit commerciale insostenibile, gravato da import crescente – con serie ricadute sul mercato del lavoro – importazioni che spesso arrivano da avversari sul piano geopolitico. Per non parlare del debito pubblico in crescita e sempre più nelle mani di proprietari esteri (vedasi Pechino).
Ecco perché – e già Obama aveva applicato i primi dazi – gli Usa ora vogliono recuperare terreno perduto, con tutta la forza a loro disposizione. E qui entriamo in ballo noi.
Infatti, gli States vogliono rivedere le loro politiche economiche anche in Europa, dove le esportazioni sono al top. Un modello a guida tedesca – la Germania ha il surplus delle partite correnti (ossia import/export) più alto al mondo, quasi il doppio di quello cinese e giapponese – in cui alcuni Stati membri fanno affari grazie alla depressione economica di Paesi meno forti.
Insomma, Berlino sarebbe nel mirino di Trump, ma è un alleato strategico e quindi non si tocca.
L’Italia invece ha un peso minore. E per questo potrebbe essere la vittima del riequilibrio a cui punta Trump, come indicato da Mosca – prima dazi e poi accordi vantaggiosi. Chi siederà al tavolo con gli Usa deciderà quali export verranno penalizzati – eccellenza made in Italy o wurstel e crauti? – e noi non possiamo restare a guardare.
Una nazione sovrana dovrebbe trattare direttamente con Washington, bypassando l’Ue. Perché Bruxelles, ripetiamo, non tratterà per il bene della Ue, ma solo per quelli di alcuni Paesi membri.
L’occasione per ritrovare la voce e comportarci da nazione è propizia: l’export italiano agroalimentare in Cina va alla grande (+18% nel 2017, con oltre 448 milioni di euro in valore). Sono i numeri di Coldiretti alla luce dei superdazi cinesi contro i prodotti Usa. Insomma, il made in Italy potrebbe trarre vantaggio proprio dalle tensioni Usa-Cina. Ma per farlo ha bisogno di un governo che faccia le politiche giuste.
Adolfo Spezzaferro



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