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Roma, 7 apr – A partire dagli anni ’60 la Francia ha firmato una ventina di accordi di difesa e cooperazione con le sue ex colonie africane. Anche grazie a questi accordi l’esercito francese è intervenuto più di quaranta volte sul suolo del continente nero. Alcune operazioni sono durate solo pochi giorni, altre saranno  destinate a durare per parecchio tempo come in Mali.

Colonialismo militare

In altre situazioni, l’intervento si è evoluto nel tempo sotto forma di preposizionamento di fatto, utile per condurre azioni di cooperazione e operazioni a breve termine nella regione. È il caso delle operazioni “Sparviero” in Ciad e “Unicorno” in Costa d’Avorio.

In questi casi, la logica dell’impegno non è più quella dell’operazione esterna ma ha un carattere permanente, come è avvenuto in Costa d’Avorio con la trasformazione di “Unicorno” in base operativa avanzata nel gennaio 2015. Quindi attraverso questi numerosi interventi sul continente africano, ci si può chiedere se la Francia interverrà ancora  in Africa. E la risposta non può che essere positiva.

Interessi vitali e interessi strategici

La rivista di difesa strategica e di sicurezza nazionale nel 2017 distingueva due categorie di interessi: interessi vitali e interessi strategici.

Gli interessi vitali non sono mai definiti con precisione, perché sono il risultato delle decisioni del Capo dello Stato che deve valutare in ogni circostanza e decidere, caso per caso, la natura della risposta da dare. Gli interessi strategici implicano invece interventi allo scopo di salvaguardare interessi di sicurezza e interessi economici.

A tale proposito è importante sottolineare la porosità del confine tra interesse strategico e interesse politico. L’operazione Serval ad esempio, lanciata in Mali da François Hollande, illustra il punto. Infatti la riconquista della città di Timbouctou è stata un obiettivo politico oltre che militare. La sua liberazione contribuì a rafforzare l’immagine del presidente nel ruolo di signore della guerra.

Tuttavia, come ha avuto modo di sottolineare più volte il generale Carlo Jean, oggi la sfida sotto il profilo strategico per una nazione è quella di vincere la pace. Infatti, anche  gli interventi militari ben condotti, non sempre si trasformano in successi politici. Viceversa, i loro effetti potenzialmente distruttivi dovrebbero essere più attentamente valutati.

Questo aspetto è stato innegabilmente sottostimato durante l’intervento in Libia nel 2011. Ora, benché dal punto di vista dell’esercito francese l’operazione Harmattan sia stata un successo, il vuoto politico e di sicurezza creato dalla caduta di Gheddafi si è rivelato estremamente dannoso per la stabilità della regione (evidenziata in parte anche dalla situazione nel nord del Mali) e per gli interessi di sicurezza francesi ed europei.

Proprio per questo la presenza militare francese in Libia – anche attraverso il sostegno ad Haftar- costituisce una tassello essenziale per portare a compimento la sua influenza in Africa  (pensiamo a Bolloré, Total e Areva) tanto quanto la creazione di una scuola panafricana di intelligence economica.

Giuseppe Gagliano

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