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Roma, 30 giu – Mesi di repressione delle proteste e adesso una legge sulla sicurezza nazionale, varata appositamente per Hong Kong, che suona come una mazzata per l’autonomia dell’ex colonia britannica. Nonostante l’opposizione internazionale, in particolare di Stati Uniti e Regno Unito, la Cina tira dritto e inasprisce ancora di più le regole imposte ai cittadini di Hong Kong. Si tratta di una legge vagliata dal Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo, ovvero il ramo legislativo del parlamento cinese. Approvata, secondo quanto riferito dai media cinesi, all’unanimità. “Questa legge rischia di minare seriamente l’alto livello di autonomia di Hong Kong e l’indipendenza del potere giudiziario. La Ue deplora questa decisione”, ha dichiarato il presidente del Consiglio dell’Unione europea Charles Michel, al termine del summit Ue-Corea del Sud.

Le reazioni

Il governatore di Hong Kong, Carrie Lam, ha affermato durante la conferenza stampa settimanale che l’ex colonia britannica prenderà le “necessarie contromisure nell’ipotesi di sanzioni da parte degli Stati Uniti”. Specificando che le eventuali contromisure americane “non ci spaventano”. Non è soltanto un modo per mettere le mani avanti nell’ipotesi di un intervento di Washington volto a sanzionare la Cina. Il Dipartimento del Commercio statunitense, infatti, ha già avviato (nella giornata di ieri) un processo di congelamento dello speciale status vantato dall’ex colonia britannica nei rapporti bilaterali con gli Usa. Intanto il governo di Tokyo ha definito “un atto spiacevole” il passaggio della legge sulle sicurezza nazionale. Il capo di Gabinetto nipponico, Yoshihide Suga, ha spiegato che “un paese due sistemi” era estremamente importante per il Giappone, visti soprattutto i forti rapporti economici con Hong Kong e l’interscambio commerciale da sempre rilevante.

La sfida agli Usa

La legge in sé intende contrastare il terrorismo interno, il separatismo, la collusione con le forze straniere e genericamente la sovversione. E’ chiaro però che per reprimere una protesta, in Cina, si fa spesso riferimento a questo genere di attacchi interni, giustificando così il ricorso alla mano pesante. Ma come detto nella fattispecie non si tratta soltanto di questo. Pechino, infatti, adesso sfida apertamente Washington. Come detto il governo americano è già intervenuto per sanzionare la Cina, e lo ha fatto anche approvando nei giorni scorsi il cosiddetto Hong Kong Autonomy Act, il quale dà il via libera a specifiche sanzioni contro soggetti o aziende che sostengono in qualche modo le azioni cinesi a Hong Kong.

Quale autonomia

E’ importante però chiedersi, per comprendere bene la questione, se la Cina è legittimata a muoversi arbitrariamente nell’ex colonia britannica. In realtà, per quanto dal 1997 Hong Kong non sia più un dominio di Londra, il “ritorno” alla Cina prevedeva la conservazione di un alto livello di autonomia per i successivi 50 anni. Ne sono passati meno della metà e a ben vedere Pechino ha deciso di stracciare il patto. E’ vero, al contempo, che i giochi sono cambiati. Sono soprattutto i rapporti attualmente tesi con gli Usa ad aver spinto la Cina ad accelerare la repressione, comunque non giustificabile. “Le minacce del Partito comunista cinese di limitare i visti per i cittadini degli Stati Uniti sono l’ultimo esempio del rifiuto di Pechino di accettare le sue responsabilità per non aver rispettato il suo impegno con la popolazione di Hong Kong”, ha scritto su Twitter il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, che ora promette ulteriori “azioni in risposta”. In ogni caso la situazione, già conflittuale, è stata gestita male da tutti.

Eugenio Palazzini

2 Commenti

  1. Tra un po’ la Cina si prenderà altri paesi; oramai è in un momento di conquista colonialista ed esportazione del suo comunismo del cavolo.Ha anche l’aiuto dei banchieri globalisti che adorano una società dove l’individuo è schiacciato e al servizio di una elite inamovibile tant’è che il presidente cinese si è fatto Presidente a Vita!!