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Roma, 5 gen – Spiragli di pace e venti di guerra si alternano sullo scenario siro-iracheno. Pur con qualche incertezza, la tregua definita fra Turchia, Russia e Iran sembra reggere. Si registrano ancora sporadici scontri fra l’esercito e i ribelli, ma per lo più limitati alle fazioni più integraliste dello schieramento che combatte contro Assad, concentrati prevalentemente nella zona a sud, intorno a Damasco (quindi lontano dal confine turco), e in ogni caso non abbastanza gravi da rimettere in discussione l’architettura del cessate il fuoco concordato a fine dicembre. Paradossalmente, sono stati proprio i jet statunitensi a bombardare una base di Al Nusra a Sarmada, nella provincia di Idlib, uccidendo una trentina di luogotenenti dell’organizzazione, mentre Russi e Siriani si sono dimostrati sostanzialmente tranquilli, nei confronti dell’area su cui la Turchia intende fare da garante, per tutelarne la popolazione sunnita. Come dimostrazione di buona volontà, l’aeronautica russa è anzi intervenuta su un altro scacchiere, a nord di Aleppo, per dare supporto ai reparti Turchi e del Free Syrian Army che combattono contro l’Isis ad Al Bab.
Il gesto assume un’importanza ancora più grande alla luce del recente rifiuto americano ad attaccare dei reparti dell’Isis che stavano minacciando le truppe turche, nello stesso quadrante, e che ha spinto il Ministro degli Esteri turco Çavuşoğlu a porsi provocatoriamente alcune domande sull’utilità di continuare a concedere agli Stati Uniti la base aerea di Incirlik.



Se dunque i rapporti fra Ankara e Washington continuano ad essere tesi, potrebbe essere la volta buona per l’instaurazione di una pace stabile. Sempre Çavuşoğlu infatti, in una dichiarazione riportata dall’agenzia Anadolu ha fornito una ipotetica data per l’avvio dei colloqui di pace di Astana fra il governo siriano e i movimenti che gli si oppongono, colloqui che potrebbero avere inizio già il 23 gennaio.

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Completamente diversa la situazione nel nord est del Paese, con l’intensificarsi dell’azione delle Syrian Democratic Forces, ovvero le formazioni arabo-curde, a netta predominanza curda, nei confronti dello Stato Islamico. Stando agli ultimi rapporti, le SDF, dopo una veloce avanzata verso Tabqa lungo la sponda orientale del lago Assad, si troverebbero a circa 30 chilometri da Raqqa, la capitale del cosiddetto Stato Islamico. E qui l’affiancamento degli americani è totale, non solo con i raid aerei, ma con il dispiegamento di qualche centinaio di uomini che partecipano attivamente agli scontri. E’ evidente l’intenzione di Washington di giocarsi l’ultima carta rimasta – i Curdi, appunto – per non farsi estromettere totalmente dai futuri negoziati, uno smacco troppo grande per il Paese che pochi anni fa si considerava il “gendarme del mondo”. Se le SDF effettivamente liberassero Raqqa, conquisterebbero un credito importante da spendere al tavolo della pace, con un immaginabile risentimento da parte della Turchia, che sull’altro fronte, quello iracheno, ha incassato con soddisfazione una dichiarazione del premier di Baghdad che ha dichiarato di non avere la minima intenzione di ospitare basi del PKK sul suo territorio nazionale.

L’offensiva curda su Raqqa potrebbe quindi cambiare ancora lo scenario bellico, e di conseguenza minare il cessate il fuoco e il prossimo negoziato, faticosamente elaborati da Turchia e Russia, con il supporto dell’Iran. Ma dopotutto era immaginabile che i Curdi Siriani, che mai come oggi hanno effettivamente avuto un controllo del territorio, un esercito ben armato e un alleato potente, stessero alla finestra. Anche perché pure su di loro incombe l’incognita dell’imminente insediamento di Donald Trump, che potrebbe confermare, o stravolgere completamente, la linea fin qui tenuta dalla Casa Bianca.

Mattia Pase

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