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I lavoratori brasiliani contro gli investitori stranieri nell’industria petrolifera

by Armando Haller
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BRAZIL-OIL-STRIKE-PROTESTRio de Janeiro, 23 Ott – A poco più di 200 km a largo delle coste di Rio de Janeiro, sotto 2 mila metri d’acqua e 5 mila metri di roccia si trova il giacimento petrolifero del Libra, le cui riserve, scoperte nel 2010, sono stimate fra gli 8 e i 12 miliardi di barili. Ieri l’asta per assicurarsi la partecipazione al consorzio che si occuperà della coltivazione del giacimento. Nove partecipanti, che hanno corrisposto una quota di 900 mila dollari ciascuno, e cinque vincitori: Petrobras (quota minima per legge del 30%, salita al 40), Total (20%), Shell (20%), Cnpc e Cnooc (entrambe cinesi, con il 10% ciascuna).

La gestione dell’intero affare da parte del governo di Brasilia non è però piaciuta ai sindacati che già dallo scorso giovedì avevano proclamato uno sciopero a oltranza e manifestazioni di piazza. Contro la parziale vendita di questa enorme ricchezza alle compagnie straniere, 40 mila lavoratori dell’industria petrolifera hanno interrotto le operazioni di 40 piattaforme e diverse raffinerie. La protesta non ha registrato solo il blocco della produzione ma anche un’azione legale contro la condivisione dei diritti di sfruttamento e l’occasione per rivendicare adeguamenti salariali e miglioramenti delle condizioni di lavoro. Alle mobilitazioni il governo ha risposto con l’invio dell’esercito e ieri più di mille uomini sono stati schierati a difesa del Windsor Hotel, dove, a margine di scontri che hanno causato diversi feriti, si è svolta l’asta per la definizione delle quote del consorzio.

Difficile tuttavia pensare a una dinamica differente, soprattutto da quando, nel 2007, il governo brasiliano ha deciso di rivedere i rapporti con le compagnie petrolifere estere che operano nel paese, passando da uno schema fatto di concessioni e royalty a uno basato sulla condivisione della produzione. Proprio il “production sharing agreement” proposto dal governo sembra un’opzione abbastanza favorevole nel quadro dei contratti oggi più in voga nel panorama petrolifero; un trattamento di favore evidentemente proporzionale ai rischi del progetto. Se infatti il Libra sarà in grado produrre fino a 1,4 milioni di barili al giorno è anche vero che gli investimenti necessari allo sfruttamento e le sfide tecniche derivanti dallo scenario off-shore brasiliano sono enormi. Qui, così come nel diritto di veto conservato dal governo carioca su ogni decisione riguardante il giacimento, sarebbe da ricercare lo scarso interesse per il progetto mostrato da molte major.

L’arrivo degli investitori stranieri in Brasile, proprio gli stessi bramati dal governo Letta come soluzione per la crisi nel nostro paese, ha riproposto i forti attriti fra il governo Rousseff e l’opinione pubblica. Gli stessi attriti degenerati in pesanti sommosse solo pochi mesi fa, rimasti dietro l’angolo e riaffiorati insieme a quello che, agli occhi dei brasiliani, sembra un regalo alle compagnie straniere (non è però da sottovalutare la necessità di condividere il rischio di investimenti a nove zeri).

Elevata concentrazione della ricchezza, corruzione, delinquenza, pessimo funzionamento dell’apparato amministrativo e infrastrutturale: tutti problemi che il boom economico dei cosiddetti Brics non sembra assolutamente aver risolto e con cui il governo, più volte ed erroneamente definito socialista, sembra costretto a fare i conti.

di Armando Haller

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