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Roma, 20 feb – C’è un aspetto dell’epidemia di coronavirus in Cina che in pochi stanno prendendo in considerazione: l’estensione della quarantena a regioni sempre più vaste del Paese – con la conseguente desertificazione delle strade, la chiusura delle fabbriche, la paralisi delle attività economiche – ha temporaneamente ridotto di un quarto le emissioni di anidride carbonica (CO2), secondo un studio formulato da esperti del Center for Research on Energy and Clean Air (con sede in Finlandia) e pubblicato ieri dal sito web Carbon Brief.

Il periodo di ferie per il Capodanno cinese, celebrato il 25 gennaio scorso, è stato prolungato in Cina fino al 10 febbraio a causa dell’epidemia da coronavirus, e questo ha contribuito notevolmente al crollo della C02 emessa, con una riduzione della produzione dal 15% al 40% nei principali settori industriali. E tra il 3 febbraio e il 16 febbraio il consumo medio di carbone nelle centrali elettriche è letteralmente sprofondato, secondo le Figaro.

Di conseguenza, le emissioni di CO2 sono passate da 400 a 300 milioni di tonnellate nelle ultime due settimane, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Il 25% esatto, che relativizzato alle emissioni mondiali, arriva al 6% su tutto il pianeta Terra. Sempre secondo lo studio, anche le emissioni di biossido di azoto – (NO2), un gas irritante altamente inquinante emesso dal traffico stradale – sono in picchiata: i livelli medi registrati in questo periodo sono calati del 36% rispetto allo stesso periodo del 2019. Gli autori dello studio sostengono inoltre che i numeri non sorprendono poiché “il consumo di energia della Cina è ampiamente dominato dall’industria e dal trasporto merci”.

Dunque, mentre noi ci arrabattiamo strangolati dai green deal europei sotto il ricatto morale di Greta Thunberg, ciò che sta succedendo in Cina, (che da sola è responsabile di circa il 27% delle emissioni mondiali), dovrebbe farci riflettere sullo scopo delle varie plastic tax e gabelle ecologiste volte solo a gambizzare economicamente l’Italia. Mentre per portare davvero una politica ambientalista bisognerebbe favorire le economie locali e ridurre le importazioni massicce di prodotti che arrivano dall’altra parte del mondo.

Cristina Gauri

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