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Pompiere Basiji Behnam Mirza Khani, 35 anni morto a teheranRoma, 24 gen. – Il 19 gennaio scorso a Teheran si è scatenato l’inferno. Nella capitale iraniana, un grattacielo di 17 piani, noto come Plasco Building, che ospitava un famoso centro commerciale e in particolare alcune sartorie, prende fuoco, in pochi minuti quello che era il più alto edificio della città si trasforma in una pira indomabile. Sul posto accorrono centinaia di pompieri e soccorritori ma per la struttura edificata nel 1962 c’è ben poco da fare, mentre ancora si sta tentando di mettere in salvo alcune persone il palazzo collassa e crolla, intrappolando sotto di se più di settanta persone e uccidendone venti. Tra loro anche alcuni di quei pompieri intervenuti per primi sul posto, lanciatisi senza remore nell’edificio rovente per salvare quante più vite possibile. C’è chi ha paragonato le scene di disperazione dei soccorritori di Teheran a quelle dei pompieri del 9/11 newyorchese, uomini del corpo dei vigili del fuoco con le facce annerite dal fumo su cui i segni delle lacrime lasciano scorgere la pelle bianca, uomini sfiniti, piegati dalla fatica che hanno visto morire amici e colleghi. Uomini semplici, che hanno fatto del coraggio una professione, e che sotto l’elmo e la casacca da pompiere, celavano sogni e aspettative, speranze e futuro tragicamente arsi nel rogo assassino.

pompieri a teheranTra loro c’era anche Behnam Mirza Khani, 35 anni Pompiere “Basiji”, una sorta di volontario, come i ragazzi che per contrastare l’invasione irachena del 1980 lasciavano le università e si facevano mandare in prima linea. Per lui la prima linea erano le strade di Teheran. Behnam aveva un sogno, portare quello spirito di volontariato, di soccorso, di eroismo fuori dei confini nazionali e schierarsi a difesa dei luoghi santi dei credenti sciiti in Siria presi di mira quotidianamente dagli attacchi dei terroristi. Un produttore televisivo locale di nome Hamid Marvandi che lo aveva incontrato racconta che: “Circa due mesi fa cercavamo una divisa da pompiere per realizzare la sigla di un programma televisivo, ma poiché era molto costosa nessuno accettava di darcela in prestito. Alla fine, tramite uno dei miei amici, ci hanno presentato un pompiere con cui ho fissato un appuntamento nella stazione dei pompieri di Piazza Imam Hossein per prendere la sua divisa in prestito per qualche ora. Durante questo nostro breve incontro, all’improvviso, egli mi chiese se conoscessi qualcuno che senza passare per vie lente e burocratiche potesse aiutarlo a recarsi in Siria”. Lo stupore del produttore aumenta quando il giovane pompiere afferma: ”Mi piacerebbe diventare ‘Modafean Haram” (l’appellativo per i combattenti che si sono recati in Siria per difendere l’Islam, i luoghi santi e gli oppressi dai terroristi takfiri).i social eguiti da Pompiere Basiji Behnam Mirza Khani, 35 anni morto a teheran

Anche la giovane vedova, che aveva sposato pochi mesi, fa racconta commossa che un giorno rientrato a casa le aveva detto: “ Voglio dirti una cosa ma credo che non mi darai il permesso. Vorrei andare in Siria e unirmi ai combattenti a difesa dei luoghi santi”. Lei sa che “Ora ha esaudito il suo desiderio di diventare martire”Sui social, in questa strana epoca in cui spesso un profilo virtuale sopravvive al suo creatore umano diventandone quasi un etereo testamento, si susseguono le pagine da lui seguite che parlavano di combattenti caduti nella lotta contro i terroristi o dei volontari partiti per la Siria, dissipando ogni possibile dubbio su quanto fosse forte lo spirito patriottico e volontaristico del giovane Behnam. Un pompiere in un mondo che va a fuoco. Un martirio civile, quello del pompiere di Teheran, il sacrificio di un combattente senza armi, in un fronte senza guerra, in cui però il coraggio e l’abnegazione sono pane quotidiano e nell’animo di questi uomini si crea quello spirito di universale comprensione e odio per l’ingiustizia, di volontario cosciente, che può spingere un semplice pompiere a sognare di andare a fare l’eroe in in paese lontano, non sapendo che è già un eroe nel cuore della sua terra. 

Alberto Palladino

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