Londra, 7 set – L’incubo del rogo alla Grenfell Tower non è finito una volta domate le fiamme. Sono infatti una ventina i superstiti che hanno tentato il suicidio dopo l’accaduto. A divulgare i dati è stato l’associazione Silence of Suicide, che si occupa di tenere i rapporti con i sopravvissuti. Numeri che la Bbc non ha voluto confermare ma che ritiene siano verosimili.

Yvette Greenway, la fondatrice dell’associazione, punta il dito contro il sostegno psicologico che è stato fornito ai superstiti del rogo, affermando che è stato totalmente inadeguato e insufficiente. Pare che non ci sia stato e non ci sia tuttora un progetto serio di sostegno, e gli operatori sociali addetti al ruolo si limitano a lasciare volantini sotto le porte, senza entrare in contatto diretto con gli interessati. Il fatto che nessuno vada a cercare queste persone per parlare con loro e aiutarle a tirare fuori le loro angosce ha provocato nei sopravvissuti stress post-traumatico, depressione, ansia. Molti si sono dati all’alcol o alla droga, trovando in essi l’unico conforto che li fa sentire meno soli e isolati. L’associazione Silence of Suicide sostiene che per superare il trauma del rogo della torre ci vorrebbe un sostegno psicologico almeno per i prossimi tre decenni.


Le persone che hanno tentato il suicidio, secondo la Greenway che è un’ex infermiera, sono state colpite dal senso di “colpa del sopravvissuto”, un trauma tale che non consente ai superstiti di liberarsi dalle immagini di quella tragica notte del 14 giugno scorso, quando in pochissimi minuti le fiamme partite da un frigorifero guasto hanno avvolto l’edificio e provocato 87 morti e 70 feriti. Per loro è impossibile togliersi dalla mente le scene dei bambini gettati dalle finestre, le urla di disperazione, i corpi carbonizzati. Cercano di reagire come possono, in mancanza di un sostegno adeguato, ma non da tutti il trauma viene vissuto allo stesso modo. Per questo chi non ce la fa, tenta il suicidio.

Anna Pedri

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