Roma, 7 set – Presentiamo la prima parte del saggio «La “guardia armata della rivoluzione”: la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale dalle origini alla seconda guerra mondiale», dello storico Pierluigi Romeo di Colloredo Mels. Nei prossimi giorni usciranno i restanti capitoli [IPN]

«La Milizia è la guardia armata della Rivoluzione e l’occhio vigile e attento del Regime. Combatterà con le sue legioni inquadrata nelle grandi unità dell’Esercito. Le legioni dovranno perpetuare le tradizioni guerriere dell’arditismo e dello squadrismo: pugnale fra i denti, bombe alle mani e un sovrano disprezzo del pericolo nei cuori».

(Benito Mussolini, 1 Febbraio 1928)

La Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale era stata creata il primo febbraio del 1923, sulla base delle vecchie squadre d’azione fasciste; il primo comandante generale fu Italo Balbo, quadrumviro della Marcia su Roma e futuro Maresciallo dell’Aria. Con Regio Decreto del 4 aprile 1924 la M.V.S.N. entrò a far parte delle Forze armate dello Stato. Le Camicie Nere prestavano giuramento al re e non al Partito fascista, e la Milizia divenne la quarta forza armata italiana, al servizio di Dio e della Patria, come recita il decreto istitutivo. Contrariamente a quanto spesso si è sostenuto, più o meno in buona fede, non fu Milizia di partito, ma dello Stato, come si vide all’indomani del 25 luglio 1943, quando i militi sostituirono i fasci sulle fiamme con le stellette[1].

La M.V.S.N. era strutturata su base volontaria e territoriale, formata da iscritti al Partito Nazionale Fascista tra i 17 ed i 50 anni; oltre i 36 anni il milite entrava nelle unità territoriali sino ai 55 anni, con il nome di triario. La Milizia aveva una struttura basata sulla Zona (equivalente alla divisione, grossomodo corrispondente ad una regione: ad esempio la 1a Zona CC.NN. era il Piemonte, la 2a Zona, la Lombardia, etc.), gruppo (brigata), legione (reggimento), coorte (battaglione), Centuria (compagnia), manipolo (plotone) e squadra. La struttura della M.V.S.N. era ad ordinamento ternario: tre manipoli formavano una centuria, tre centurie una coorte, tre coorti una legione, con una terminologia di ovvia origine romana. Anche i gradi si richiamavano all’antica Roma: così i colonnelli della M.V.S.N. erano chiamati consoli, i capitani centurioni, e così via[2]. La M.V.S.N. era costituita dalla Milizia ordinaria e da quelle speciali. Le specialità della M.V.S.N. erano: Forestale, Stradale, Ferroviaria, Postelegrafonica e Portuale. Alla Milizia ordinaria appartenevano la Milizia Confinaria, quella Coloniale e l’Universitaria (con compiti d’istruzione premilitare). Nel 1930 vennero aggiunte la Milizia per la difesa contraerea (prima D. A.T., poi DiCat) e Marittima (MilMart).

Ufficiali della Milizia inquadravano anche i reparti delle organizzazioni giovanili del Partito fascista (O.N.B., poi G.I.L.). E’ da rilevare come la gran parte delle Milizie speciali continuarono ad esistere come specialità della Polizia (Stradale, Ferroviaria, Portuale, Postelegrafonica, oggi Postale) o come corpo autonomo, nel caso della Guardia Forestale, ora parte dell’Arma dei Carabinieri. La Milizia, insieme con il Regio Esercito, aveva anche lo scopo di occuparsi del settore territoriale. Così la Milizia difesa contraerea era organizzata dalla M.V.S.N., il cui Comando si occupava del reclutamento e della disciplina, con personale premilitare ed al di sopra dell’età di leva, in modo da non incidere sul personale disponibile per la mobilitazione, mentre all’esercito erano demandati addestramento e materiali. A fianco delle Milizie speciali e delle legioni territoriali, vennero create già nel 1923 delle legioni destinate a combattere in Libia, che divennero poi le legioni Oea e Misurata della Milizia Coloniale. Alla vigilia della guerra d’Etiopia, la Milizia Coloniale aveva in Eritrea una Coorte ed in manipolo ed una squadra nella Somalia italiana. Tali unità aumentarono dopo la conquista dell’Impero, arrivando, alla vigilia del secondo conflitto mondiale a 26.643 uomini (858 ufficiali, 1439 sottufficiali, 24.345 CC.NN.) su trenta battaglioni CC.NN. d’Africa.

Alla vigili della guerra mondiale in Italia e nelle Colonie vi erano 132 legioni. Ogni legione territoriale era strutturata su due battaglioni, uno attivo, formato dai militi dai ventuno ai trentasei anni, destinato in caso di mobilitazione all’impiego in linea, ed un secondo formato dai militi più anziani ( dai quaranta ai cinquantacinque anni) destinato a compiti di difesa territoriale; ad essi si affiancavano il battaglione complementi e i reparti ausiliari. Quando mobilitato, il I° battaglione assumeva il numerale romano della legione d’appartenenza: ad esempio, la 63a Legione Tagliamento venne mobilitata con il I° battaglione dell’omonima legione di Udine, che prese la denominazione di LXIII° e dal I° battaglione della 79a Legione Cispadana di Reggio Emilia, che assunse il numero romano LXXIX°.

LA GUERRA D’ETIOPIA.

Il Duce, ritenendo la guerra per la conquista dell’Impero come la controprova dell’efficienza del fascismo volle che alle operazioni partecipassero anche grandi Unità della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, e poiché le Camicie Nere non disponevano né d’artiglierie né di servizi, chiese al sottosegretario alla Guerra Baistrocchi che le divisioni CC. NN. fossero completate ed equipaggiate dal Regio Esercito[3]. Baistrocchi non si oppose, ma ancorò il proprio assenso al soddisfacimento di alcune condizioni fondamentali. Innanzi tutto che l’addestramento dei militi e dei reparti venisse rivisto e fosse effettuato sotto la sovrintendenza dello Stato Maggiore del Regio Esercito, e che comandante, vicecomandante e capo di Stato Maggiore delle divisioni della M.V.S.N. fossero ufficiali dell’esercito e non della Milizia. Ciò era legata alla scarsa considerazione che i militari di professione avevano della Milizia fascista[4], e portò anche a gravi conseguenze, per esempio a Mai Beles quando il generale Somma dando più o meno velatamente dell’incompetente al Console Diamanti e ordinandogli di avanzare oltre il fiume Beles, provocò la crisi più grave di tutta la campagna. Ad ogni modo anche se si trattava di condizioni molto dure, esse non modificavano sostanzialmente la situazione di fatto che s’era venuta a creare: la Milizia poteva schierare finalmente le proprie grandi unità a fianco di quelle dell’esercito; ciò che per anni lo Stato Maggiore aveva cercato di evitare s’era verificato[5].

Per l’esigenza A.O.I. furono mobilitate sette divisioni Camicie Nere. Le prime cinque (23 Marzo, 28 Ottobre, 21 Aprile, 3 gennaio e 1 Febbraio) erano su tre legioni, mentre la 6a Tevere, che operò in Somalia, ebbe quattro legioni e la 7a Cirene, di presidio in Libia, ne ebbe otto. In totale, su 167.000 Camicie Nere mobilitabili ne vennero inviate in Africa 117.000. Le divisioni della Milizia rispecchiavano la struttura della quarta forza armata, basandosi su legioni arruolate volontariamente su base locale e così i militi provenivano dalle stesse zone, aumentando la coesione dei reparti, così come avveniva nei reparti Alpini. Il morale delle Camicie Nere era assai elevato, trattandosi di volontari; ciò talvolta andava a scapito della disciplina e dell’addestramento, a volte sommario, soprattutto nei reparti arrivati successivamente. A ciò suppliva l’elevata motivazione dei reparti. Essendo su base volontaria, la Milizia non poteva disporre di personale delle classi di leva; l’età media era perciò più elevata di quella dei reparti dell’esercito. Se ciò poneva problemi dal punto di vista dell’efficienza fisica, aveva il vantaggio di avere personale veterano della Guerra Mondiale, e dunque già provato al fuoco ed in grado di affrontare maggiori fatiche rispetto alle classi di leva.

La divisione Camicie Nere era strutturata su tre legioni, la cui consistenza era però inferiore a quella dei reggimenti del Regio Esercito, avendo due battaglioni anziché tre[6]. A ciascuna legione era aggregata una compagnia mitraglieri ed una di artiglieria someggiata con pezzi da 75/17. Ogni battaglione CC.NN. comprendeva tre compagnie, ciascuna con sei mitragliatrici leggere. Il battaglione aveva un organico nominale di 20 ufficiali, 650 tra sottufficiali e militi, 52 quadrupedi, 2 autocarri e 18 mitragliatrici leggere. La compagnia comprendeva tre plotoni moschettieri. Ogni divisione Camicie Nere era rinforzata da reparti dell’esercito: un gruppo d’artiglieria su tre batterie più la comando, recante il numero della divisione. Le Camicie Nere in Africa Orientale diedero una prova di sé migliore di quanto atteso dai Comandi dell’Esercito Regio: in particolare si distinse la Divisione 28 Ottobre, con il Gruppo CC. NN. d’Eritrea Diamanti[7], nel corso della battaglia difensiva di Passo Uarieu (Ia battaglia del Tembien) quando le Camicie Nere resistendo per tre giorni fermarono i ventiquattromila uomini di ras Cassa e di ras Seyum, e nell’occupazione della posizione, ritenuta impossibile, dell’Amba Work, catturata nottetempo con un colpo di mano audacissimo[8]. Al termine delle operazioni, molte unità di Camicie Nere rimasero in Africa Orientale con compiti i polizia coloniale, in altre parole di controguerriglia.

Pierluigi Romeo di Colloredo Mels

NOTE

[1]    Molto è stato detto e scritto a proposito del comportamento della Milizia, la guardia armata della Rivoluzione fascista, nel luglio del 1943; si deve ricordare però che nella concezione fascista l’interesse dello Stato era prevalente su quello del Partito. Come scrisse Mussolini, per il fascista, tutto è nello Stato (…) Né individui fuori dello Stato (partiti politici, associazioni, sindacati, classi): Mussolini 1940, capp. VII- VIII. La M.V.S.N. venne sciolta dal governo Badoglio il sei dicembre 1943.

[2]    Per le corrispondenze tra i gradi della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale e quelli del Regio Esercito si veda la tabella in appendice.

[3]    O. Bovio, In alto la bamdiera. Storia del Regio Esercito, Foggia 1999, p.144.

[4]    G. Bucciante I generali della dittatura, Milano 1987, pp.72 segg. Negli ambienti del Regio Esercito la sigla M.V.S.N. era interpretata ironicamente come l’abbreviazione di Mai Visto Sudare Nessuno.

[5]    Bovio 1999, p.145. Va detto però che il comando della 5a divisione CC. NN. 1 Febbraio andò ad un ufficiale della M.V.S.N., il luogotenente generale Attilio Teruzzi.

 

[6]    Si noti come nelle divisioni CC. NN. create per l’esigenza A.O. venne utilizzata la normale terminologia militare per le unità minori (compagnia anziché centuria, plotone anziché manipolo), mentre per quelle maggiori si continuarono ad usare gruppo e legione al posto di battaglione e reggimento. Le legioni mobilitate per l’Africa Orientale ebbero il proprio numerale aumentato di cento: così la 1a legione Sabauda di Torino divenne 101a legione, la 80a legione Alessandro Farnese di Parma, 180a e così via.

[7]    Il Luogotenente Generale Filippo Diamanti partecipò poi alla Campagna di Russia comandando il Raggruppamento CC.NN. M d’Assalto 3 Gennaio formato dai Gruppi CC.NN. M Tagliamento e Montebello.

[8]    Sulle CC.NN. in Africa Orientale, si veda P. Romeo di Colloredo, I Pilastri del Romano Impero. Le Camicie Nere in Africa Orientale 1935- 1936, Genova 2012, e id. Passo Uarieu. Le Termopili delle Camicie Nere in Etiopia, Genova 2008.

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