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L’India annulla le commesse militari con l’Italia. Ma i marò non c’entrano

by La Redazione
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finmec india 1Roma, 27 mag – E’ stata annullata, da parte del ministero della Difesa dell’India, la gara vinta da Finmeccanica (tramite la controllata Wass di Livorno) per la fornitura di 100 siluri per sommergibili Black Shark, i più avanzati del mondo. Valore dell’appalto 300 milioni di €. Sono saltate, inoltre, anche la commessa di 400 mitragliere navali per la guardia costiera, il contratto per la progettazione di alcune navi militari “Stealth”, nonché la famosa fornitura dei 12 elicotteri Agusta (500 milioni di €). In ultimo, ma non per l’ultimo, siamo stati anche esclusi da una gara per la progettazione e realizzazione in loco di 200 elicotteri leggeri per l’esercito.

Chi pensava che con la politica della sottomissione nel caso dei marò avrebbe salvaguardato gli interessi commerciali in India è bello che servito. Ma questi risultati catastrofici, che ci mettono fuori dal maggior acquirente di armamenti del pianeta, non sono da addebitare alla vicenda dei fucilieri di marina, che ne è piuttosto una conseguenza.

A ottobre 2014 il Tribunale di Busto Arsizio aveva  i vertici di Finmeccanica per il contratto dei 12 elicotteri, in pratica scagionando i “corrotti” indiani (il maresciallo Tyagi Sashi, capo di stato maggiore dell’Indian Air Force dal 2004 al 2007, attraverso pagamenti a suoi familiari). 

Ma ad aprile 2016 questa sentenza è stata riformata in appello, condannando i vertici di Finmeccanica anche per corruzione internazionale, e quindi certificando, l’Italia, che Sashi & famiglia erano corrotti. 
Ed arriva puntuale la rappresaglia sulla commessa dei siluri, si riapre la gara fra due ditte, francese e tedesca, che non sputtanano i pezzi grossi. 

Con questa sentenza, che attiene al pollaio politico di casa nostra, diamo un colpo mortale alla nostra industria di materiali per la difesa, una delle più avanzate al mondo, in tutti i settori, e mettiamo in ginocchio in generale tutte le esportazioni verso l’estero di qualsiasi manufatto importante (anche treni, strade, edilizia…) perchè è risaputo che verso l’Africa, il medio oriente, la Russia, l’estremo oriente, il sudamerica, nonchè per l’acquisto di energia 
prima si decidono le tangenti e poi si firmano i contratti. Si fanno le trattative magari in Svizzera, si creano i canali costituendo apposite ditte nei paesi di convenienza, si pagano gli “anticipi” estero su estero rispetto al paese del contratto, etc. 
Nel caso di Finmeccanica, secondo la ricostruzione degli inquirenti, sarebbero stati realizzati dei contratti fittizi di ingegneria con due società, una indiana e una tunisina (Ids Tunisia e Ids India) per “la digitalizzazione in 3d di altri elicotteri”.

 Si può andare lontano nel tempo: nel 1980, nel bel mezzo della seconda crisi petrolifera internazionale, noi avemmo tagliate le forniture di petrolio dalla Arabia Saudita per lo scandalo Eni-Petromin, una tangente del 7% pagata alla famiglia reale saudita. La quale è risaputo che prende le tangenti da tutti in una sorta di diritto dinastico.

Ora il punto è: possiamo permetterci di fingere di non capire che il mondo è quello che è? All’estero se non paghi semplicemente non lavori, le tue cose non le vogliono nemmeno se le regali, e non ti vendono neanche una bottiglia di benzina. Tanto più che questi “scandali” attengono quasi sempre alle guerre politiche del gallinaro di casa nostra: dobbiamo conquistare l’Eni o dobbiamo conquistare Finmeccanica, dobbiamo far fuori questo o dobbiamo scalzare quest’altro.

 Le anime belle ci diranno “fermare i mercanti di morte”, i giustizialisti che “non si deve accettare il malaffare”. Sicuramente sanno per certo che cinesi, francesi, russi, tedeschi, inglesi, coreani, americani e altri le tangenti non le pagano. Sono chiacchiere. 

Si devono studiare interventi legislativi affinchè la nostra attività verso l’estero venga messa al riparo da questo genere di disastri.

Non si può lasciare all’arbitrio di una Procura, che per giunta è obbligata all’apertura di un fascicolo a fronte di una “Notitia Criminis”, con tutto quel che ne consegue. Chi vorrà avere rapporti commerciali con le grandi aziende italiane se rischia, dopo qualche anno, di essere sbattuto in prima pagina e sbranato nel suo paese da quelli che vogliono scalzarlo per prenderne il posto e, ammantandosi della toga della giustizia, gestirsi lo stesso business di quello di prima?

Quelle che noi chiamiamo “tangenti” all’estero vengono chiamate pudicamente “diritti di intermediazione”. Non si può fare una legge che regoli definitivamente questa materia, che consenta alle nostre aziende di costituire all’estero queste provviste per pagare questi “diritti”, e risponderne solo a determinate strutture giudiziarie che garantiscano di operare nel più stretto riserbo, in pratica sotto il vincolo del Segreto di Stato? Nel caso Eni-Petromin del 1980 intervenne il Presidente del Consiglio dell’epoca, Francesco Cossiga, imponendo appunto il Segreto di Stato: salvando l’Eni e l’approvigionamento energetico nazionale.

L’alternativa è la progressiva marginalizzazione e l’esclusione dalle commesse internazionali, ma con la consolazione da impoveriti e disoccupati (ma a tecnologia avanzata) di cullarci nel mondo dei sogni. Tipo sconfiggere la Russia mettendogli l’embargo su broccoli e melanzane.

Luigi Di Stefano

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Luca 27 Maggio 2016 - 6:58

Condivido totalmente, in particolare è sacrosanta l’affermazione “l’Africa, il medio oriente, la Russia, l’estremo oriente, il sudamerica, nonchè per l’acquisto di energia 
prima si decidono le tangenti e poi si firmano i contratti”. Chiunque abbia lavorato per l’export in quei paesi sa perfettamente che per essere fornitore in tali giurisdizioni è inevitabile corrompere il funzionario locale. Lo fanno tutti i paesi occidentali ma solo l’Italia viene additata per questo e soprattutto solo l’Italia instaura procedimenti giudiziari per questioni di questo tipo, che ovviamente vanno a danneggiare l’impresa italiana e non comportano mai alcun problema per il paese estero corrotto.

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Giancarlo Barra 27 Maggio 2016 - 11:19

Io, invece, non condivido una sola parola di questo discorso che francamente mi fa …”senso” …. (per non usare altri più appropriati vocaboli).

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Jeff 29 Maggio 2016 - 9:40

Moralita’ e senso etico mal si adattano alla Ragion di Stato. Detto questo, e’ necessario darsi delle regole, magari non scritte, ma comunque mettere dei paletti come fanno paesi come l’Inghilterra, la Francia e la Germania. La regola di base e’ che i soldi delle provvigioni su commesse militari non rientrino a beneficio di qualcuno nel paese venditore. Fatte salve queste regole, se a qualcuno viene in mente di puntare il dito, arriva immediatamente il segreto di stato, vedi Eurofighter in Inghilterra, Scorpene in Francia etc. In Italia invece basta una procura desiderosa desiderosa di finire sulle prime pagine, del tutto incurante delle conseguenze potenziali fuori dall’Italia, per mandare a monte anni di lavoro passato e soprattutto futuro. L’Italia non e’ una potenza militare, ed il suo peso politico internazionale e’ francamente assai limitato: l’unico modo per riuscire a pesare un pochino e’ attraverso le forniture strategiche, di cui tutti riconoscono l’eccellenza. Ma no, nascondiamoci dietro l’ipocrisia moralista e strumentale e mandiamo pure all’aria il lavoro di migliaia di persone e l’interesse del Paese. Salus Rei Publicae Lex Suprema? In Italia? Ma va la….!

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Giancarlo Barra 31 Maggio 2016 - 8:00

È sempre così, quando si parla di moralità la replica è: “ipocrisia”. Ma questo è un bavaglio! Qual è il fondamento per sostenere che un discorso è ipocrita? È stata analizzata l’indole di chi sostiene determinati principi? O forse a quei principi non possiamo dare altra spiegazione utilizzando la logica comune? Io penso che sia orribile che il benessere e la competitività di un Paese trovi fondamento sull’industria della morte. Che ipocrisia!

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