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Roma, 9 feb – Quando Joe Biden si è insediato alla Casa Bianca ha subito detto di voler rientrare nell’accordo sul nucleare firmato con l’Iran. Le intenzioni sembravano buone soprattutto grazie al coinvolgimento del diplomatico Robert Malley, già negoziatore dell’accordo rotto sotto la presidenza Trump. Dopo neanche un mese di governo Biden, la questione si infiamma, con un battibecco tra le due potenze su chi debba fare il primo passo. Se Washington infatti invita la controparte a rientrare nel JCPOA, Teheran chiede invece agli americani e agli europei di rimuovere le sanzioni.

L’Iran sostiene infatti che siano stati gli occidentali ad aver per primi violato il trattato, questo mentre Usa ed Ue riprendono una certa retorica trumpiana che vede Teheran responsabile di pesanti violazioni. È infatti di gennaio la notizia che il governo iraniano ha intenzione di arricchire il suo uranio al 20%. Una questione complessa, quindi, che fa da contorno al ritiro americano dalla questione Yemen e che sta vedendo un braccio di ferro all’ultimo sangue trai due rivali.

L’accordo sul nucleare dell’Iran

Il Patto d’Azione Congiunto Globale vide la sua firma nel 2015. Si proponeva di condurre le relazioni tra Iran e Stati Uniti verso un miglioramento, questo anche facendo leva su una sostanziale riduzione della capacità nucleare di Teheran. Quest’ultima si impegnava a smantellare la quasi totalità del suo uranio a medio e basso arricchimento, altresì impegnandosi a non produrne di nuovo e a non costruire nuovi impianti per più di un decennio. Un accordo che entrò in crisi nel 2018, con il rinnovo delle sanzioni da parte dell’America alla nazione mediorientale, con la conseguente uscita di Washington dall’intesa. Trump dichiarò che fu la sanzione più pesante applicata ad una nazione estera, la quale colpisce tutt’ora l’Iran nei settori del petrolio, delle banche, del commercio di medicinali, di armi e di cibo. C’è da dire però che il provvedimento non è mai stato implementato dall’Onu nella sua interezza.

Biden vs Iran, tensioni crescenti

Biden, nonostante le sue propagandate buone intenzioni, intende salvare la faccia. Intima quindi all’Iran di tornare per primi nell’accordo. Teheran tuttavia è ben consapevole che è stata l’America a rompere l’intesa, li invita quindi prima a revocare le sanzioni, proposta però rispedita al mittente da Washington. Gli Usa intendono confermare le sanzioni fino a quando l’Iran non avrà arrestato il suo arricchimento dell’uranio.
La presidenza statunitense – da parte sua – è in ogni caso certa di non poter ottenere un accordo migliore e sa che dovrà necessariamente scendere a patti per sistemare i conti con la nazione persiana. La quale ha in un certo qual modo interesse a continuare con questo battibecco, perché gli consente di proseguire sulla via della ricerca nucleare. L’Iran si dice poi intenzionato a rientrare nell’intesa, ma al contempo scarica il barile contro l’Europa, accusandola di essere una delle parti violatrici.

Un braccio di ferro che potrà continuare anche all’infinito, quindi, ma che offre alle controparti dei vantaggi. Se infatti Teheran potrà più facilmente acquisire la scienza bellica nucleare, Washington potrà consolidare quel processo diplomatico inaugurato dagli accordi di Abramo. Ci troviamo quindi forse davanti a una non così infelice inimicizia, con Biden che potrà rivendicare le buone intenzioni e l’Iran che potrà dirsi parte lesa. Lamentandosi altresì per il recente omicidio dello scienziato Mohsen Fakhrizadeh, prima capo del progetto nucleare di Teheran. Se però i vantaggi siano effettivamente più elevati rispetto a un Iran rappacificato – a fronte dell’inevitabile sfida Usa-Russia – solo il tempo potrà dircelo, in attesa che questo braccio di ferro proclami un vincitore o dia inizio a uno stato di perpetuata tensione.

Giacomo Morini

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