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Roma, 1 gen – All’incirca una settimana fa, su qualche emittente straniera si era iniziato a leggere di proteste di piazza in alcune delle maggiore città iraniane. Motivo delle proteste il carovita, l’elevato livello di disoccupazione che da tempo affligge il colosso persiano e le difficile condizioni economiche. Adesso, chi ha appreso qualcosa dall’esperienza in Iraq, in Libia e Siria avrà già pensato male. E visto mai che a pensar male ci si prende sul serio. Nelle economie emergenti le proteste di piazza non sono eventi rari, soprattutto se la fase di sviluppo economico non influisce sulla società nel suo complesso, ma, come accade spesso, esclude alcuni ceti e non risana nel breve periodo i problemi che attanagliano il paese. E l’Iran non né è nuovo.
Lo stato persiano nella scena internazionale ha, negli ultimi anni, riaffermato il proprio ruolo. Non solo per via dell’impegno nel conflitto siriano, ma anche per via dell’accordo sul nucleare del 2015, adesso rimesso in discussione dall’amministrazione Trump. Inoltre, come scrive Alberto Negri, la fine dell’embargo sul petrolio ha permesso alla Repubblica Islamica di moltiplicare gli scambi con l’Europa e la Cina, ma non abbastanza da creare tanti posti di lavoro da far fronte alla richiesta annuale dei giovani che ogni anno si affacciano sul mercato. E non a caso, sono proprio i giovani, da quanto si apprende, il motore della protesta. Se si vuol pensar male, però, quando le proteste di piazza vengono sfruttate o alimentate da potenze straniere, al fine di destabilizzare il paese, possono diventare una spirale e non difficilmente le proteste dovute alle condizioni economiche si trasformano in proteste di “dissenso politico”. E in Iran, questa è una legge naturale. Uno dei primi slogan scanditi è stato “Morte al tiranno, Viva lo Scià”, in riferimento all’ultimo Scià di Persia Rezla Pahlavi.
Com’era prevedibile infatti, la protesta sta assumendo a tutti gli effetti le vesti di una delle tante “rivoluzioni colorate” a cui si è già assistito e gli slogan come quello riportato sopra si sono moltiplicati. Il primo bersaglio della piazza è Ali Khamenei, Ayatollah e guida spirituale dello stato sciita. Ma non è la prima volta. L’Iran, come già detto, non è nuovo a queste dinamiche, basti ripensare alla proteste post-elettorali del 2009, in seguito all’elezione di Ahmadinejad o a quelle nel ’97, in seguito all’elezione di Khatami. In entrambi i casi i Pasdaran (le guardie della Rivoluzione Islamica) ebbero la meglio e la situazione di equilibrio fu ristabilita. Rispetto agli episodi precedenti, i metodi utilizzati dall’apparato statale sono rimasti immutati. Seppure la protesta, almeno fino ad ora, non sembri avere un leader o dei comitati, si sta espandendo a macchia d’olio in tutte le città principali, anche a Qom, cuore dell’Iran conservatore. Resta adesso da verificare l’intensità di queste nuove manifestazioni e soprattutto la sua reale natura, dato che i rivoltanti, a quanto pare, hanno già trovato i loro tifosi. Non che la cosa ci meravigli.
Edoardo Martino



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4 Commenti

  1. Chissà perché ma non la sensazione che i rivoltanti indossino biancheria intima made in USrael. Si si.

  2. Vecchia politica,vecchi mezzi,tutto cambia per non cambiare mai……le proteste di piazza, fomentate da altre potenze militari sono un copione già visto, così come le primavere arabe quasi sempre collegate al peggior islamismo,troppi interessi economici nel settore medio orientale,il petrolio iraniano fa gola a molti……..come al solito ‘pecunia non olet’ , il vile denaro muove il mondo…..

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