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Roma, 27 set – “E’ il primo Paese in Europa con più donne che uomini in Parlamento”. Il risultato delle elezioni in Islanda, con la maggioranza parlamentare al femminile data per certa fino a poche ore fa, aveva provocato un’immediata ondata di entusiasmo mediatica. Stando infatti alle proiezioni di ieri sera, 33 dei 63 seggi (53%) dell’Althingi (struttura unicamerale), se l’erano aggiudicati le donne. Grandi progressi di una piccola nazione che oltre ad offrire lo stesso congedo parentale a uomini e donne, vanta una legge sulla parità di retribuzione datata addirittura 1961. Prendere appunti e prendere esempio, tuonava la stampa italiana.



Gli islandesi hanno sbagliato a contare

Poi d’un tratto la doccia fredda: a Reykjavik hanno sbagliato a contare, la maggioranza al femminile non c’è. Tutto ribaltato quindi: “soltanto” 30 donne elette, ovvero il 48% dei parlamentari. In termini percentuali resta comunque il più alto numero di donne legislatrici in Europa (intesa come area geografica, si badi, visto che l’Islanda non fa parte dell’Ue). “La vittoria delle donne rimane la grande storia di questa elezione”, ha dichiaro il politologo Olafur Hardarson. A ben vedere a colpire a questo punto è più che altro il clamoroso errore compiuto nel conteggio, visto che parliamo di appena 63 parlamentari in tutto, in un Paese oltretutto celebre per ordine e precisione. Eppure il palese sbaglio, verosimilmente umano, c’è stato. E di conseguenza la notizia del record “rosa” si è inevitabilmente sgonfiata.

Forzare la mano è un abbaglio

Stabilità economica, problemi sociali e di sicurezza pressoché inesistenti, buona gestione dell’emergenza sanitaria – grazie anche all’ovvio isolamento geografico e alla scarsa densità di popolazione -, sono fattori non trascurabili per chiunque voglia azzardare una breve ma sensata analisi sulla situazione islandese. A questi elementi ne va poi aggiunto un altro, forse il più rilevante: il basso tasso di disoccupazione.

Nel 2018, stando ai dati dell’Ocse, l’Islanda era la nazione con la percentuale più alta di persone occupate. Morale della “favola” islandese: quando una nazione è ricca alimenta automaticamente al suo interno progressi in tutti i campi, dalle tanto auspicate svolte “green” alle donne in posizioni apicali. Peraltro in Islanda, guarda caso, neppure esistono le quote rose. Non c’è mai stato bisogno di “forzare la mano”, la presenza femminile in politica è scontata.

Altro che Islanda, ecco i record di donne in Parlamento

Di qui un semplice assunto: se persistono problematiche sociali ed economiche, è inutile pensare di progredire semplicemente inserendo più donne nelle istituzioni. Qualche esempio emblematico aiuta a comprendere meglio la questione. Il record di donne elette in Parlamento lo detiene il Ruanda: 61%. Seguono a ruota altre nazioni non propriamente considerate fulgidi esempi di democrazie avanzate: Cuba (53%), Nicaragua (51%), Messico ed Emirati Arabi Uniti (50%). Soltanto in questi cinque Paesi le donne detengono almeno la metà dei seggi in Parlamento. Ad oculum, affermare che quella della maggioranza parlamentare al femminile sia di per sé una grande conquista sociale è quantomeno fuorviante, almeno se non preceduta da ben altre conquiste.

Eugenio Palazzini



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