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Roma, 3 giu – Una grande ammucchiata da far sbiadire l’era del pentapartitismo. Perché se in Italia il partito allora più votato (la Dc) si accordava con altre compagini per estromettere il secondo partito più votato (il Pci), in Israele una serie di partiti minori si sono accordati per far fuori dal governo il partito più votato (il Likud). Finisce così, per ora, l’era di Benjamin Netanyahu. L’ormai ex premier israeliano si ritrova quindi all’opposizione dopo 12 anni. Ad annunciare l’accordo di coalizione raggiunto è stato il leader centrista Yair Lapid. “Il nuovo governo – ha fatto sapere Lapid – farà tutto il possibile per unire tutte le componenti della società israeliana. Il nostro impegno è di metterci al servizio di tutti i cittadini di Israele, inclusi quanti non sostengono questo governo”. E a ben vedere “tutte le componenti” può essere preso quasi alla lettera.



Israele, un informe mosaico contro Netanyahu

Perché la macedonia uscita fuori alle 23 di ieri non è altro che un informe mosaico di piccoli e medi partiti che compongono quasi interamente l’alveo parlamentare israeliano. Il nuovo esecutivo comprende infatti Yamina (destra), Blu e bianco (centro-sinistra), Meretz (sinistra), il Partito laburista (sinistra), Yisrael Beitenu (destra), Yesh Atid (centro) e Nuova speranza (destra). Come se non bastasse nel governo entra – per la prima volta nella storia – anche la Lista araba unita, partito che rappresenta gli arabo-israeliani. Tutti insieme appassionatamente (eufemismo) per togliere di mezzo l’odiato Netanyahu.

Lo strano accordo

Senza tediarvi con la ricostruzione delle interminabili trattative che hanno portato alla formazione di questo governo, roba da far girare la testa anche ai più attenti scienziati politici, c’è un altro aspetto curioso da evidenziare: l’accordo tra le parti prevede che il primo ministro resti in carica appena due anni. Per poi passare la palla a un altro premier che rappresenterà sempre la grande ammucchiata appena formatasi. Naftali Bennett, di Yamina, sarà infatti primo ministro per i primi due anni. Dopodiché verrà sostituito dal centrista Yair Lapid, di Yesh Atid. Adesso però la palla avvelenata passa al presidente della Knesset, Yariv Levin. Sarà lui che dovrà indicare una data esatta in cui l’Aula sarà chiamata a votare la fiducia al nuovo governo. Serviranno non meno di 61 seggi su 120. Tutto filerà liscio? Possibile ma non scontato, le sorprese sono ancora dietro l’angolo.

Non tutto il male vien per nuocere

Ora, non serve la sfera di cristallo per capire che questo governo nasce con il fiato corto. E’ minato non solo dalle nette differenze di vedute tra i partiti che lo compongono, già di per sé significative, ma anche dall’assenza di un leader carismatico (o presunto tale) riconosciuto quantomeno come arbitro super partes. Non c’è, per intendersi, un Mario Draghi della situazione. Quanto durerà dunque? Difficile dirlo con certezza, quel che è certo è che Netanyahu non ha affatto gettato la spugna ed è pronto a scompaginare l’armata brancaleone messa in piedi ad hoc contro di lui.

E se invece, per una strana congiuntura astrale (nessuno ponga limiti alla fisica politica), il nuovo esecutivo dovesse reggere? Cosa cambierebbe nella politica israeliana? Una certa dose di immobilismo è alquanto probabile, se non altro perché sarà difficile prendere decisioni radicali viste le opposte visioni di chi compone questa maggioranza. E considerata l’aggressività ottusa che ha caratterizzato in questi anni l’operato di Netanyahyu, osservata da fuori Israele questa situazione potrebbe rivelarsi una buona notizia. In politica, lunga vita alla debolezza altrui.

Eugenio Palazzini

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