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Roma, 14 giu – Una menorah come simbolo, striscioni inneggianti a Trump e un nome di ispirazione latina o forse, più prosaicamente, spagnola con richiami alle gang dell’America Latina: La Familia. Gli ultras del Beitar Gerusalemme, squadra che milita nella massima serie calcistica israeliana, non sono celebri per atteggiamenti composti. Amano far parlare di sé, spesso negativamente. Stavolta hanno deciso di scatenare una bufera protestando contro l’ingaggio di un giocatore dal Maccabi Natanya. Anzi, per la precisione contro il nome di questo calciatore.

Il problema non e’ lui, ma il suo nome. Glielo faremo cambiare per impedire che il nome Mohammad sia pronunciato nello stadio Teddy”. Così La Familia ha tuonato nei confronti del centrocampista Ali Mohammad, ghanese, acquistato per 2,25 milioni di euro. Chiaro il riferimento alla religione, perché con tutta evidenza per questi ultras israeliani è inaccettabile che un calciatore di nome “Maometto” possa giocare nella loro squadra. Poi però, secondo quanto riportato dal quotidiano Yediot Ahronot, gli stessi contestatori hanno verificato la fede del centrocampista e si sonno accorti che in realtà non è islamico come temevano, ma “cristiano praticante”. Dettaglio per loro comunque ininfluente, pretendono lo stesso che cambi nome.

Assalti a suon di asce e minacce di morte

D’altronde non è la prima volta che La Familia viene accusata di razzismo, il presidente del Beitar Gerusalemme, Moshe Hoghegh, ha pure una questione legale in sospeso con gli ultras, avendo denunciato quattro esponenti del gruppo. Ma allo stadio “Teddy”, soprannominato “L’inferno”, la situazione è sempre stata piuttosto tesa. Nel 2016 furono arrestate 50 persone, tra cui 9 membri dell’esercito, in seguito a un assalto a suon di asce contro i tifosi rivali dell’Hapoel Tel Aviv.

Da notare che uno dei tifosi più famosi del Beitar Gerusalemme è proprio il premier israeliano, Benjamin Netanyanhu e l’ex capo di Stato d’Israele, Reuven Rivlin, è stato consulente legale del club. Intanto però gli ultras proseguono le proteste, tra minacce di morte sia scritte che telefoniche al presidente della società e “approfondite indagini su possibili collegamenti fra lo sportivo (il calciatore ghanese appena acquistato, ndr) e il mondo musulmano”, come hanno precisato loro stessi.

Eugenio Palazzini

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