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ziadRamallah, 11 dic – Con l’avvicinarsi del voto del Consiglio di Sicurezza Onu che tratterà la risoluzione sulla sovranità palestinese, e proprio nel giorno in cui il primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu annuncia l’incontro con il Segretario di Stato John Kerry a Roma, fissato per lunedì prossimo, a causa di una carica della milizia israeliana è morto ieri Ziad Abu Ein, ministro palestinese per gli Affari delle colonie e del muro.

Il cinquantacinquenne palestinese, si trovava assieme a centinaia di attivisti al villaggio di Turmusiya, nei pressi dell’insediamento di Shilo, dove si stava svolgendo una manifestazione pacifica per il ripopolamento di alberi di ulivo nella zona, durante la Giornata Internazionale per i Diritti Umani.

Come si può vedere dai vari filmati caricati su Youtube, i manifestanti erano armati unicamente di bandiere palestinesi e di svariati alberelli di ulivo da reimpiantare nel terreno occupato dai coloni; mentre ad un certo punto, da un piccolo litigio tra un soldato ebreo e un anziano arabo, scoppiano violenti incidenti in cui i militari israeliani caricano gli attivisti con manganelli, fucili e sparando gas lacrimogeni ad altezza uomo. Nei video si vede chiaramente un soldato di Tsahal afferrare il ministro palestinese per la gola e mentre quest’ultimo, disarmato, cerca di divincolarsi, viene colpito violentemente al petto con il calcio del fucile. L’uomo dell’Anp, probabilmente a causa di un infarto provocato dalla botta subita, si accascia a terra soccorso da alcuni attivisti, ma poco dopo perde i sensi cadendo in coma e rendendo inutile il trasporto in ospedale.

Il portavoce militare di Tsahal, Peter Lerner, sentendosi puntati addosso gli occhi dell’opinione pubblica mondiale, si è trovato costretto ad affermare che “l’esercito israeliano ha aperto una indagine sulle circostanze dell’accaduto”, mentre il presidente dell’Anp, Mahmoud Abbas, avverte: “Si è trattato di un atto barbaro di cui Israele dovrà dar conto”, dichiarando tre giorni di lutto nei territori palestinesi e sospendendo la cooperazione di sicurezza con lo Stato di Israele.

Per Ziad Abu Ein la difesa di quella terra fertile, la “Terra degli avi” come amava chiamarla lui, e la difesa di quegli ulivi, erano una ragione di vita ed erano forse la vita stessa della Palestina e del suo popolo a cui sono stati via via confiscati dal 1967, anno in cui cominciò l’occupazione militare della Cisgiordania; “Quegli ulivi sono per noi la vita – ripeteva Ziad Abu Ein – Senza la raccolta delle olive la nostra economia muore e noi con essa”. Ammonterebbe infatti a quattromila il numero degli alberi di ulivo che sono stati distrutti nel solo 2013, mentre secondo l’Onu i numeri si alzerebbero nel 2014 e sarebbero 7.500 quelli sradicati nel 2012. Tutto ciò considerando che la Barriera di sicurezza che separa i due popoli percorre 14.700 ettari di terreno agricolo confiscato ai palestinesi e quasi il 45% di terra agricola nei Territori occupati è coltivata ad ulivi, con almeno 12 milioni di alberi. In un anno proficuo si possono produrre 35.000 tonnellate, l’equivalente di 170-190 milioni di dollari, circa il 16-19% della resa di tutta la produzione agricola. Già nel maggio 2004 la costruzione della barriera aveva prodotto lo sradicamento di più di 100mila olivi e piante d’agrumi, la demolizione di serre, impianti d’irrigazione, magazzini e la confisca di migliaia di chilometri quadrati di terra appartenenti a famiglie arabe. Tempo fa le Nazioni Unite stimarono che una volta terminato il muro, circa 1 milione di piante di ulivo (10% degli ulivi nei Territori Occupati) andrebbe a cadere nella zona di sicurezza confiscata da Israele.

Ziad Abu Ein si è battuto tutta la vita per la propria terra e il proprio popolo, cercando nella difesa delle radici dei suoi ulivi, anche le giuste soluzioni al conflitto israelo-palestinese e alle colonizzazioni del governo di Gerusalemme, a cui il ministro del Anp rispondeva parlando di due popoli e due Stati, non uno in meno quindi, sottraendolo a Israele, ma uno in più: “Per noi quegli ulivi sono molto più che un bene materiale, ciò che ci permette di dar da mangiare ai nostri figli. Quegli ulivi sono parte della nostra identità nazionale, di quella terra su cui vogliamo realizzare il nostro Stato, lo Stato di Palestina”.

Andrea Bonazza

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