Come definireste Joe Biden? Il re delle topiche, soggetto perfetto per meme da inviare agli amici su WhatsApp, nonché capace di strappare sorrisi social a ogni piè sospinto? Senza timore di smentita, buona parte dell’opinione pubblica globale lo ritiene esattamente questo: un improbabile barbogio. C’è poi una cospicua pattuglia affezionata alle dietrologie – in quanto tali spesso superficiali, ma non sempre del tutto campate in aria – che in Biden vede essenzialmente la controfigura di un leader reale, nient’altro che un pupazzo piazzato lì da determinate lobby americane.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di agosto 2022

Se volessimo limitarci a sposare una di queste letture, in entrambi i casi l’attuale presidente degli Stati Uniti non ci apparirebbe credibile e perciò in alcun modo degno di considerazione. Fatto sta che in quanto sopra elencato, a ben vedere, c’è del vero. È inutile tentare di affermare il contrario, finiremmo per assumere il cipiglio spocchioso di chi tenta di inquadrare i fenomeni reali con l’obiettivo di una macchina fotografica arrugginita, distorcente il riflesso di chi si pretende accorto, senza esserlo davvero. È però altrettanto ingenuo credere che il presidente degli Stati Uniti non conti nulla e che le sue uscite non ricadano sui rapporti internazionali, sulla percezione che il mondo ha nei confronti della prima potenza globale, sulla reputazione e dunque sull’incidenza di Washington.

Biden e un impero in declino

Derubricare il leader della Casa Bianca a mero fantoccio, piazzato là da qualche potere oscuro, è sciocco tanto quanto pensare che la policy americana dipenda unicamente dalla sua volontà. In un’ottica anti-americana si può pure pensare che sia un bene ritrovarsi un presidente confuso, non in grado di guidare gli Usa efficacemente. Il contraccolpo, però, rischia di essere ben più pericoloso, perché è proprio quando l’avversario ti percepisce debole che sei in grado di giocargli un brutto scherzo al momento opportuno.

Biden è, da questo punto di vista, sia maschera che volto degli Stati Uniti. Incarna perfettamente il nonsense degli States, a volte ignorato da struzzi all’occorrenza, ma ormai descritto fino alla nausea. Reggente tremolante di impero decadente, déjà-vu di una cloaca intestina narrata a lungo come pronta a esplodere. Dunque maschera di una federazione tanto fanciulla quanto invecchiata male, secondo taluni addirittura sull’orlo della guerra civile poiché devastata da epocali divisioni interne. Illusioni ottiche, concentrate sull’ipocentro possibile anziché sull’epicentro fattuale della naturale complessità statunitense.

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L’american dream è in realtà già affogato da decenni, come nella catastrofe post-apocalittica di McCarthy. Tuttavia sopravvive, cibandosi delle sue macerie. Non importa quali siano queste macerie, vanno comunque bene per un malinconico drive-in, per un fast food, per una bistecca in salsa di soia, per una qualunque rappresentazione plastica e lapidaria del vuoto di radici. Il fanatismo bianco millenarista, la criminalità nera da strada, la cultura del piagnisteo democratico, l’ottusa prepotenza repubblicana.

Da sempre gli Usa restano a galla perché fuggono la codificazione, lì nessuno ha ragione, ergo nessuno è innocente. Lì dove per Costituzione l’individuo cancella qualsivoglia esegesi della persona, le antinomie sistemiche non sono altro che risorse. E certo, tutto può sempre precipitare, ma l’implosione non sarà mai brusca e repentina. Gli Stati Uniti non trasmutarono con il proibizionismo e la Grande depressione, men che meno verranno ridisegnati adesso con qualche scontro su armi, aborto e generici diritti civili. E se di tutto ciò Biden è maschera, resta volto degli States nella loro proiezione d’oltre Atlantico.

Un malato in salute

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