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Roma, 8 giu — Esordio estero con coda di polemiche per la vice presidente degli Stati Uniti Kamala Harris. Tante speranze aveva acceso nelle folle Vip progressiste di mezzo mondo, dopo la sconfitta del cattivo Donald Trump: donna, di colore, di successo, in apparenza brillante e a favore di qualunque causa appetita e guardata con simpatia dai progressisti di mezzo mondo. Progressisti che per lei avevano fatto un tifo indiavolato, preferendola all’anziano — e bianco — Joe Biden.



Kamala Harris avverte gli immigrati

Date queste premesse cosa sarebbe potuto andare storto? Il primo viaggio all’estero, ad esempio. Perché Kamala Harris, in visita in Guatemala e Messico, ha pensato bene di utilizzare questi palcoscenici per rivolgersi direttamente alle popolazioni dei due Stati centro-americani, e più in generale ai cittadini stranieri potenziali immigrati nei confini Usa. E cosa ha detto loro?  Li ha invitati a desistere dall’idea di avventurarsi nel «pericoloso viaggio verso nord» e ancora più esplicitamente a «non venire».

Non lo ha detto Trump, quindi tutti tacciono

Parole che nella bocca di Trump o di Salvini avrebbero suscitato un putiferio e che forse avrebbero portato qualche solerte, e progressista, magistrato a cercare di configurare qualche fattispecie penale. Kamala Harris, invece, ha dato fondo a tutto il repertorio legalitario, parlando espressamente di difesa dei confini e di rispetto delle leggi. «Se verrete al nostro confine, sarete rimandati indietro», ha infatti dichiarato la vice presidente rimarcando che ci sono «strade per un’immigrazione legale e sono queste che vanno percorse».

Per la Harris, però, a parte forse un qualche timido e imbronciato imbarazzo, silenzio totale da parte dei profeti della accoglienza universale. Nessuno che abbia parlato di razzismo, di «fortezza Usa», di politica in netta continuità con il sempre tanto deprecato Donald Trump. Nulla di cui sorprendersi, in verità, il solito doppio standard morale di valutazione che connota la sinistra.

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

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