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Al-Shabaab fightersRoma, 3 apr – Sono 147 gli studenti e professori kenioti rimasti uccisi nel blitz dei terroristi di Al Shabaab. All’alba di ieri i jihadisti somali hanno preso d’assalto il Garissa University College. Dopo aver sparato alle sentinelle di guardia al cancello principale, i miliziani si sono sparpagliati sparando alla rinfusa, occupando alcuni edifici per poi asserragliarsi in uno dei quattro complessi principali che compongono la struttura. Successivamente, secondo quanto riportato da un portavoce dei terroristi, Sheikh Ali Mohamud Rage “I mujaheddin prima hanno separato i musulmani dai non musulmani“, poi hanno liberato i primi e trattenuto gli altri, cristiani, in ostaggio. Al momento la situazione è in stallo, con i fondamentalisti asserragliati nel campus e le forze di sicurezza keniote che assediano il College. Ma dalle informazioni pervenute dal ministero degli interni, pare che le vittime accertate siano ormai 147, alcune delle quali, riportano testimoni diretti, decapitate in stile Isis. A questi si aggiunge un numero imprecisato di feriti e di ostaggi cristiani nelle mani dei jihadisti.

La polizia sarebbe riuscita ad uccidere quattro componenti del commando, mentre non è dato sapere quanti siano i superstiti assediati dall’esercito. La polizia ha identificato la mente dell’azione in Mohamed Kuno, ex professore dell’università di Garissa, che si trova a circa 150 chilometri dal confine somalo: su di lui pende una taglia di 5 milioni di scellini (50mila euro). La strage che si sta consumando oggi è solo l’ultima e più spettacolare azione di Al Shabaab: nel solo 2014 i morti causati dagli attacchi dei miliziani in territorio keniota sono stati 200. Gli attacchi si sono intensificati dopo l’offensiva militare lanciata da Nairobi in terrirorio somalo nell’ottobre 2011, mirata proprio contro gli Shabaab. Le zone più colpite sono quella attorno alla lunga e porosa frontiera con la Somalia, 700km, le aree di Mandera, Wajir e anche Garissa. Prima di questo, l’attacco più sanguonoso era avvenuto nel settembre 2013, quando gli Shabaab misero a ferro e fuoco uno shopping center Westgate nel cuore di Nairobi, uccidendo 67 persone.

Che cos’è Al Shabaab? I media ne parlano poco, ma nel cosiddetto “network jihadista” i fondamentalisti somali detengono un ruolo di primo piano. Affiliati ad Al Qaeda, la loro storia inizia dieci anni fa, quando il neonato movimento (che in arabo significa “gioventù”) devastò il cimitero italiano di Mogadiscio, costruendovi sopra simbolicamente una rudimentale moschea di lamiera. A quei tempi la Somalia era per gran parte controllata dall’esercito etiope, che era intervenuto per schiacciare le ben più moderate (se così si può dire) Corti Islamiche. Ma al ritiro delle truppe di Addis Abeba, nel 2007, Al Shabaab prese in mano l’iniziativa, scatenando una violenta offensiva che li portò due anni dopo a controllare  due terzi del Paese (un’area più grande dell’Italia, dotata di porti ereoporti e depositi militari).  Per contenere l’ennesima minaccia era intervenuto il Kenya, inviando un contingente militare e sconfiggendo sul campo i jihadisti. Ma non era riuscito nè a limitare la loro influenza, nè a smantellare la rete internazionale di supporto al movimento. Da quel momento la componente “internazionalista” di Al Shabaab ha preso il sopravvento su quella “nazionalista” che aveva animato la ribellione islamica, facendo entrare a pieno diritto l’organizzazione nel novero dei principali snodi della rete terroristica globale.

Dal 2011, col suo intervento militare, il Kenya è diventato il primo nemico di Al Shabaab. La scia di attentati (più di duecento) ha portato Nairobi sull’orlo della guerra aperta, mentre il legittimo governo somalo, praticamente ininfluente, fatica a sopravvivere, assediato dai miliziani e colpito da attentati e assalti militari veri e propri.  L’obiettivo prioritario del gruppo resta l’instaurazione in tutta la Somalia della Sharia, la legge islamica interpretata però in modo particolarmente oltranzista e oscurantista. Cosa che stanno già facendo nelle zone rurali da loro controllate nel sud del Paese, dove le donne accusate di adulterio vengono lapidate e ai ladri sono amputate le mani.

Per quanto meno coinvolti, almeno direttamente, nello scacchiere mediorientale, i fondamentalisti di Al Shabaab rappresentano un pericolo ugualmente importante: la loro presenza nel Cordo d’Africa è una delle ragioni che spinge centinaia di migliaia di profughi, ogni anno, a fuggire dai loro paesi tentando di raggiungere la salvezza sulle coste europee. Nell’ambito di una reale soluzione al problema, conoscere le ragioni che alimentano il disumano traffico di esseri umani che costituisce l’immigrazione clandestina, e soprattutto tentare di risolverle in loco, sarebbe sicuramente importante.

Francesco Benedetti

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