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Roma, 8 ott – Il Kirghizistan è l’unico “Sovietistan”, per citare l’acuta definizione scelta da Erika Fatland per titolare il suo libro sulle repubbliche dell’Asia centrale sorte dall’implosione dell’Urss, in cui un presidente in carica ha deciso di dimettersi di sua spontanea volontà. A dirla tutta è anche l’unico “Sovietistan” con un sistema sulla carta democratico, visto che gli altri sono ancora retti da leader massimi usciti dalle coltri comuniste nei primi anni novanta del secolo scorso. Questo, stando al termometro degli osservatori dei diritti umani, fa del Kirghizistan un Paese con un grado di libertà nettamente maggiore rispetto a quello dei vicini Kazakistan, Uzbekistan e “Stan” vari.
Eppure la popolazione kirghiza è poverissima e dipende essenzialmente dalle rimesse degli emigrati all’estero (in Russia, soprattutto).

Assalto al potere

Così le ultime elezioni politiche si sono trasformate in una rivolta popolare, dopo che l’opposizione ha denunciato brogli. Una rabbia sfociata subito in cortei di protesta, scontri con la polizia, palazzi istituzionali assaltati e un bilancio di oltre 600 feriti e un morto. Dopo giorni di caos violento, il presidente Sooronbai Jeenbekov e il premier Kubatbek Boronov, accusati di non aver garantito “elezioni oneste”, si sono dati alla fuga. Anzi, per la precisione sono letteralmente scomparsi nel nulla. Come annunciato all’agenzia Interfax dal vice segretario del Consiglio di Sicurezza nazionale, Omurbek Suvanaliyev, i due leader politici “al momento non si sa dove si trovino” ed “è stato deciso di chiudere le frontiere per motivi di sicurezza”. Il Kirghizistan è una nazione senza sbocchi sul mare, dunque l’unica cosa certa è che i due “scomparsi” non sono fuggiti in barca a vela.

Tutto cambia, per non cambiare

Ma facile ironia a parte adesso la crisi politica potrebbe tramutarsi in un terremoto destabilizzante, con molti analisti che evocano un grosso guaio per Vladimir Putin, visto che il governo di Bishkek era particolarmente vicino a Mosca. In realtà poco cambierebbe, a prescindere da chi prenderà il timone della Repubblica centro-asiatica, perché anche l’opposizione è favorevole a mantenere buoni rapporti con la Russia. Considerata la pressoché totale dipendenza economica, non potrebbe d’altronde essere altrimenti.

Durante le proteste, circa 2mila manifestanti hanno fatto irruzione nell’edificio che ospita il Comitato di sicurezza nazionale, in cui era detenuto l’ex presidente kirghiso Almazbek Atambayev dopo una condanna a 11 anni di reclusione, riuscendo a liberarlo.
Con tutta probabilità sarà quindi Atambayev, anche lui vecchio amico di Putin, a guidare adesso il Paese. Previe nuove democratiche elezioni, si intende. In ogni caso, per andare sul sicuro, Mosca ha provveduto a mettere “in allerta massima” la propria base di Kant. Se la situazione dovesse precipitare, i militari russi sarebbero insomma già pronti a intervenire e quindi in grado di “rasserenare” gli animi.

Eugenio Palazzini

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