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Roma, 15 ott – Kobane a livello strategico non ha una grande importanza nei piani di Erdogan. È una cittadina come un’altra sul confine turco-siriano, popolata in prevalenza da curdi ma anche da arabi (per i quali è Ayn al Arab), turcomanni e assiri. Semplicemente, si trova in mezzo alla zona che va da Manbij ad Hasaka, e che il presidente turco vuole trasformare in un territorio ripulito da curdi, in cui reinsediare una buona parte dei tre milioni di Siriani fuggiti in Turchia durante la guerra civile e lì rifugiati.

Il mito curdo di Kobane

Eppure, attorno a questa cittadina di 40 mila anime si sta giocando una partita mediatica fondamentale per gli sviluppi del conflitto siriano. Il motivo è noto: a Kobane i Curdi sono stati sull’orlo dell’annientamento per mano dell’Isis, esattamente cinque anni fa, e a Kobane tutti i curdi, di passaporto siriano, iracheno o turco, hanno combattuto uniti – forse per la prima volta nella storia – e hanno sconfitto e ricacciato decine di chilometri più in là le bande del sedicente Stato Islamico di Al Baghdadi. Con il contributo determinante dell’aviazione militare statunitense. L’avvenimento più notevole di quei giorni, anche alla luce di quanto sta succedendo, è però un non-avvenimento. In quella circostanza, l’esercito turco, che sarebbe potuto facilmente intervenire contro le milizie dell’Isis, fermando l’assedio (Kobane è proprio a cavallo del confine, e nelle fasi cruciali dell’assedio le avanguardie dell’Isis erano a poche centinaia di metri dalle pattuglie turche), non mosse un dito. Preferendo addirittura lasciar transitare sul suo territorio miliziani islamisti, piuttosto che intervenire a difesa della popolazione civile.

È abbastanza ovvio che da quelle parti si siano un po’ risentiti, visto che una buona parte della popolazione rischiava, in caso di conquista da parte dello Stato Islamico, l’eliminazione fisica. E proprio il fatto che a Kobane abbiano combattuto insieme curdi di diversa estrazione – e abbiano combattuto vincendo, particolare non da poco, per un popolo che nella storia ha collezionato quasi esclusivamente sconfitte – ha trasformato la cittadina in un mito curdo. Con ricadute globali, visto che l’assedio del 2014 è stato vissuto quasi in diretta attraverso i media occidentali, con immagini di inviati con antiproiettile ed elmetto che inquadravano le postazioni dell’Isis, all’epoca apparentemente invincibile, visto che aveva da poco conquistato la seconda città dell’Iraq, Mosul, con soli 1.500 uomini contro almeno 50 mila soldati iracheni.

La salvezza di Kobane si chiama Assad

Sono passati cinque anni, l’esperienza autonoma della regione curda all’interno della Siria sembra agli sgoccioli, e oggi la salvezza di Kobane, minacciata da quei turchi che non hanno mosso un sopracciglio quando la città stava per cadere nelle mani di Al Baghdadi, sembra stare nelle mani dell’uomo attorno al quale la guerra civile ha avuto inizio, il presidente siriano Bashar al Assad. E gli stessi curdi che hanno cercato di affrancarsi dal controllo del governo, rivendicando una forma di autonomia molto vicina all’indipendenza, e tentando (al di là delle dichiarazioni di facciata) una curdizzazione forzata della regione da loro controllata, ora sperano nell’arrivo nelle colonne dell’Esercito Arabo Siriano, la cui presenza potrebbe dissuadere Erdogan dall’attaccare la città.

Peraltro, non è scontato che l’esercito turco decida di fermarsi, di fronte alla presenza di qualche reparto siriano, e l’unica forma credibile di deterrenza sarebbe la minaccia di far alzare in volo i Sukhoi russi. Ma siccome l’accordo fra i curdi e Assad è stato fortemente voluto proprio da Mosca, che avrebbe forzato i primi ad accettare senza riserve la sovranità di Damasco, e il secondo a prevedere un certo livello di autonomia per le regioni a maggioranza curda, a Kobane sperano che l’arrivo dell’esercito rappresenti per Ankara un limite invalicabile. Limite che fino a ieri era in realtà rappresentato da un altro esercito, quello statunitense, ma quando l’ultimo Humvee con la bandiera a stelle e strisce ha salutato e se n’è andato, agli abitanti della città non è rimasto che aspettare con ansia l’arrivo dei Siriani.

I quali siriani però, se le informazioni che filtrano sono corrette, sarebbero stati costretti a fermarsi al Ponte Karakozak, sull’Eufrate, unico punto utile per raggiungere in tempi rapidi Kobane, presidiato proprio dai reparti americani in ritirata, che si sarebbero attestati sulla sponda orientale del fiume, impedendo il transito all’esercito di Damasco. Nessuna spiegazione è arrivata per un blocco che sembra incomprensibile, visto che l’unica conseguenza è quella di dare a Erdogan il tempo di organizzare l’attacco prima che gli uomini di Assad assumano la difesa della città. Dalle notizie delle ultime ore sembra che il convoglio Usa abbia lasciato il ponte che collega Kobane con Manbij. Saranno i prossimi giorni, o le prossime ore, a dire se questa mossa delle forze Usa era voluta, e se effettivamente aiuterà l’avanzata turca.

Mattia Pase

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