Roma, 20 ott – Se si prova a raccontare la storia di Issam Zahreddine, il generale druso siriano stoico difensore di Deir EzZor, non si può non correre con la mente a un altra storia tragicamente simile nello sfolgorante esempio di eroismo. Duemilacinquecento anni fa, alle foci del fiume Spercheo, sulle rive del golfo Maliaco, un altro comandante segnò con il suo esempio la storia del mondo. Nella strettoia delle Termopili, Leonida I impose ad un nemico soverchiante il prezzo del coraggio. Alla richiesta di resa e di consegna delle armi il comandante Spartano rispose “venite a prenderle”, una frase rimasta celebre nella storia, eletta a bandiera di chi si batte per una vittoria più grande, più nobile, più alta della mera battaglia.

Il generale Zahreddine diceva spesso ai suoi soldati: “Chi teme le vette delle montagne vivrà sempre nelle pozze di fango”, esortando i siriani tutti allo slancio. Le Termopili della guerra in Siria portano il nome di Deir EzZor. La cittadina della Siria orientale, che sorge sulle rive dell’Eufrate e che da quattro anni era assediata dalle milizie terroriste dell’Isis. La sua posizione, con il passare dei mesi, era diventata strategicamente importante per via dell’intenzione – prima ventilata, poi palesata nei fatti – di voler dividere in due la Repubblica Siriana utilizzando proprio l’Eufrate come linea di demarcazione, ritagliando così, con un nuovo Sykes-Picot, uno stato fantoccio ad uso occidentale (Usa) appaltato o ai ribelli sunniti o ai partigiani curdi, a garanzia d’aver un trampolino di lancio per un eventuale attacco all’Iran e un fortino di controllo al centro del Medio oriente. Per quattro anni, le ondate dell’Isis si erano infrante contro il muro di fuoco dei soldati siriani arroccati nella cittadina, per quattro anni i soldati della 104° brigata della Guardia Repubblicana al comando di Zahreddine avevano tenuto il fronte, autobomba dopo autobomba, kamikaze dopo kamikaze. C’erano voluti anche due bombardamenti americani, che “per errore” avevano bersagliato le posizioni siriane al posto di quelle dell’Isis, per impensierire i difensori che sul campo hanno lasciato più di cento morti.

La situazione a Deir EzZor ora

Nei primi anni di guerra, per tutti gli analisti Deir EzZor aveva rappresentato la città “perduta” della Siria di Assad, il fortino lealista destinato a sparire, ad essere inghiottito dall’avanzata della marea nera. Invece, mese dopo mese, la città era sempre più in mano a lui, a Issam Zahreddine, che anziché chiedere aiuto o tregue si faceva immortalare in prima linea, con un falco sul braccio, o mente trascinava, per i suoi esercizi mattutini, il cingolo di un carro armato, o ancora mentre mandava video di monito agli assalitori dall’Isis dicendo appunto: ”Veniteci a prendere!”. Ai suoi uomini il generale Zahreddine diceva: “Chi combatte nella mia brigata, è consapevole che nessuno di noi potrà sopravvivere senza tenacia. Non romperemo questo dannato assedio senza sacrificio. Ogni vittoria è guadagnata, non concessa. E il destino di nessuno è scolpito nella pietra. Coloro che rimpiangono i fratelli caduti, trovano conforto nel fatto che il loro sacrificio non sarà vano, non con me al comando. Un giorno più luminoso attende questa città e intendo vederlo”. Ed il giorno era arrivato: poche settimane fa l’avanguardia delle forze di sicurezza siriane, che dalle aree di Palmira e di Homs avevano condotto la penetrazione all’interno del territorio occupato dall’Isis, era giunta alle porte della città e i soldati avevano potuto ricevere rifornimenti e supporto. Di li a qualche giorno anche l’area intorno a Deir EzZor era stata messa in sicurezza e il fronte siriano era arrivato a ridosso di quello curdo.

Ma chi era Issam Zahreddine? Di etnia drusa, era nato nel piccolo villaggio rurale di Tarba, nella zona di As-Suwayda, nel 1961. Esordì nella milizia popolare del partito Partito Baath a vent’anni per essere selezionato poi come ufficiale nei parà delle forze speciali nel 1982. Nel 1987 venne inserito nella Guardia repubblicana come ufficiale di una Unità blindata e meccanizzata. Zahreddine ha comandato la 104° Brigata della Guardia repubblicana a Douma e Harasta accanto al generale brigata Manaf Tlass prima della defezione di quest’ultimo. La 104° Brigata fu quella guidata dallo stesso Bashar Assad prima di diventare presidente e da Basil Assad fino alla sua morte nel 1994. Con essa Zahreddine sconfisse i terroristi insorti a Douma durante la fase della cosiddetta rivolta civile siriana. Salito agli onori militari, diventa anche uno dei più carismatici leader della comunità Drusa da cui è considerato un “eroe”. Inviato a Homs all’inizio di 2012, dove pone fine all’occupazione dei distretti attorno alla città con la battaglia di Baba Amr che gli vale l’hanno successivo i gradi da generale di brigata. Dopo l’inizio dell’offensiva di Aleppo, Zahreddine è impegnato ad Anadan.

Tuttavia, viene richiamato e mandato a Deir EzZor, dove è morto il generale Maggiore Jameh, che egli va a sostituire. A Deir EzZor si fa subito conoscere per frequentare assiduamente la prima linea e interagire con i soldati mangiando nei terrapieni e dormendo nelle trincee. Il 27 novembre 2013, mentre comanda un’operazione nel distretto di Al-Rashdiya, viene ferito ad una gamba, fatto che non lo distoglie minimamente dal combattimento. Il 5 settembre 2017, Zahreddine ha ricevuto gli elogi del presidente Bashar Assad per il suo ruolo a Deir EzZor durante l’assedio ed è poi tornato nel teatro operativo, dove, nella mattinata del 18 ottobre, un ordigno piazzato sulla strada che sta percorrendo nella zona di Hawija-Sakr lo uccide. Su quest’attentato ancora non si sa molto ma di sicuro Zahreddine rappresentava un monito invincibile per chiunque avesse voluto valicare l’Eufrate per attentare all’integrità della nazione siriana. Il ventaglio dei sospetti è ampio e molti interrogativi sorgono dal fatto che, per esempio, in quattro anni di assedio dell’Isis e con una taglia sulla testa, il generale sia sempre sfuggito ad ogni attentato, mentre ora che l’Isis è in rotta, i jihadisti sarebbero riusciti a piazzare una mina proprio sulla strada del suo convoglio.

C’è anche l’ipotesi che, ora che i curdi sono arrivati alle rive dell’Eufrate con i loro consiglieri militari americani e israeliani, potrebbero aver utilizzato le abilità di questi ultimi per eliminare il comandante siriano. Tuttavia, ad oggi, non è dato tirare delle conclusioni affrettate. Resta gigante l’esempio di soldato, di comandante e di uomo che il generale Zahreddine lascia al mondo e risuona nelle parole del figlio del generale, anche lui combattente della 104° brigata: “Sono il figlio dell’eroe, il martire Generale Issam Zahreddine. Non accettiamo condoglianze, vogliamo da voi congratulazioni e benedizioni per il martirio di mio padre. Completeremo la missione per te, signor Presidente, per la Patria”.

Alberto Palladino

Giovanni Feola

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Alberto Palladino
Nato a Roma, classe 1987. Studia Scienze storiche e cooperazione internazionale all’università Roma 3 e da qualche anno ha iniziato a percorrere la strada professionale del reporter. Fino ad oggi, nonostante le difficoltà che incontra chi lavora in questo settore da indipendente, è riuscito a coprire alcuni degli scenari di crisi più importanti di questi ultimi anni provando a raccontare, fra gli altri, la secessione in Ucraina e la guerra antiterroristica in Siria. Collabora con importanti testate nazionali e straniere. Ha realizzato reportage dal Kosovo, embedded con la missione italiana, dall’Azerbaijan e dai luoghi di eventi importanti e tragici come gli attacchi di Parigi. Ha collaborato alla realizzazione di progetti umanitari con la onlus Solidarité Identités e la onlus Popoli in molti dei Paesi da cui poi ha scritto per questa testata: Kosovo, Birmania, Siria. Ha viaggiata nella Siria devastata dal terrorismo scattando foto e aiutando i bisognosi, sublimando al massimo la sua vocazione. Per il Primato Nazionale anima la redazione esteri e propone i suoi scatti fotografici per far aprire gli occhi ai lettori, perché è persuaso che nel mondo di oggi non è più sufficiente guardare, bisogna vedere.

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