Roma, 2 apr — Oggi abbiamo scambiato due chiacchiere con Giulia Pilloni, volontaria trentina della onlus italiana Solidarité Identités, che la scorsa settimana è stata protagonista della prima missione solidale della onlus – già attiva in teatri di guerra come Siria e Birmania – verso l’Ucraina. Abbiamo parlato insieme di solidarietà, di problemi pratici ma anche di impressioni e sguardi che la nuova frontiera europea della guerra ha lasciato nei suoi occhi.

Quali sono i motivi che hanno spinto Sol.Id onlus a partire in questo momento storico con una nuova missione di solidarietà per l’Ucraina?

«La spinta principale che porta Sol.Id ad intervenire sul fronte ucraino è la difesa di un principio sacro e inviolabile, quello dell’autodeterminazione dei popoli. Come per tutti gli altri fronti in cui Sol.Id è attiva. Sostenere l’Ucraina in questo conflitto significa sostenere uno stato sovrano, europeo, attaccato da una nazione straniera. Significa sostenere una Nazione costretta a far fronte ai gravi danni che questo conflitto sta avendo sulla popolazione civile. Analizzare le parti in un conflitto non è mai semplice e scontato ma sicuramente non si può ridurre ad una semplicistica lotta tra buoni e cattivi. Ciò che a mio avviso è sempre opportuno fare è distinguere un Popolo dal suo governo, la solidarietà dalla politica».

Che difficoltà avete riscontrato in un viaggio del genere, dall’Italia ad una nazione in guerra?

«La principale difficoltà per chi organizza una missione come questa sono per lo più logistiche ed organizzative: per esempio selezionare e reperire il materiale che risulta effettivamente necessario, come nel caso dei cinque defibrillatori donati all’associazione di Ulyana Kuzyk. Oltre alla consegna del materiale parte della missione prevedeva il recupero di una cinquantina di profughi ucraini che sono poi stati trasportati a Roma direttamente nel centro della protezione civile. In pochissimi di loro parlavano l’inglese quindi comunicare con loro e assicurarci che avessero tutto quello di cui avevano bisogno è stato sicuramente impegnativo. Ovviamente nulla in confronto a quello che hanno affrontato loro».

Qual è stata la destinazione della missione e che tipo di aiuti sono stati portati? Chi saranno i beneficiari?

«La missione si è svolta al confine tra Polonia ed Ucraina. Nello specifico buona parte dell’operato è stato concentrato nel centro di Hala Kijowska, a Korczowa, centro destinato all’accoglienza dei cittadini ucraini in fuga dalla guerra. All’interno del centro moltissime donne con bambini in attesa di essere portati in salvo in Italia. Il materiale raccolto in Italia e destinato alla popolazione ucraina era di tipo alimentare: cibo a lunga conservazione, pasta, scatolame, acqua, succhi di frutta, alimenti per bambini, pannolini, coperte e poi materiale di tipo medico come medicinali e 5 defibrillatori. Parte degli aiuti portati sono destinati direttamente alle madri e ai bambini ucraini che trovano rifugio dal conflitto, un’altra parte invece come i defibrillatori sono stati consegnati direttamente ad Ulyana che grazie alla sua associazione “Ulyana Kuzyk Charitable Foundation” offre sostegno agli ucraini direttamente sul territorio».

In quale clima si è svolta la missione?

«Potremmo definirlo un clima di scoperta. Era la prima volta che affrontavamo una missione in quella zona dall’inizio del conflitto e c’era tra tutti noi molta attenzione a ciò che vedevamo intorno per cercare di capire quello di cui potevano avere bisogno le persone che incontravamo, il loro stato di salute psico-fisico, come stavano affrontando la loro condizione e soprattutto come saremmo potuti intervenire in futuro dopo questa prima missione».

Da quello che avete potuto osservare, come vivono la situazione sul posto?

«Il primo impatto è stato di straordinaria calma e compostezza. All’arrivo a Korczowa infatti abbiamo potuto vedere come all’interno del centro profughi erano presenti centinaia di persone, di cui quasi la quasi totalità erano donne e bambini, dall’aria stanca ma estremamente ferma. I bambini giocavano a pallone tra una branda e l’altra sotto l’occhio attento delle madri, in un clima generale di risoluta tranquillità. Un’atmosfera che non poteva non lasciare intendere di essere di fronte ad un popolo estremamente combattivo».

Per chi volesse contribuire alle nuove missioni a chi può rivolgersi?

«Questa prima missione ci è servita per avere ancora più chiaro il nostro ruolo e calibrare l’intervento di Sol.Id sul territorio. Proseguiranno anche nei prossimi giorni, le raccolte di materiali destinate al popolo ucraino, come già sta accadendo in queste ore. Cercheremo di selezionare gli aiuti in modo da consegnare ciò di cui effettivamente hanno bisogno, come è successo con i 5 defibrillatori già consegnati, frutto di una richiesta diretta di chi opera sul territorio ucraino. Per tutte le informazioni specifiche è possibile scrivere alla pagina di Sol.Id Onlus».

Quali sono state le tue impressioni? Frammenti, luoghi o esperienze che vuoi raccontarci?

«L’impressione più forte che ho avuto è stata sicuramente la risolutezza facilmente leggibile nelle persone incontrate nel centro. I volti delle donne erano certamente provati dalla stanchezza ma non dalla rassegnazione, i loro racconti sono storie di chi lascia il proprio marito o i propri familiari in Ucraina a combattere, di chi lascia il paese a malincuore solo per la consapevolezza di avere la responsabilità di portare in salvo i propri figli».

Come proseguiranno le iniziative di Sol.Id per l’Ucraina?

«Proseguiranno le nostre raccolte di beni e fondi che attraverso i nostri volontari arriveranno direttamente al popolo ucraino, nello spirito che ci ha sempre contraddistinto: impegno diretto senza intermediari».

Un appello in particolare che ti senti di lanciare ai tuoi connazionali?

«Ci troviamo in questo momento di fronte ad un conflitto che ha fortemente interessato e diviso l’opinione pubblica tra tifo e propaganda da ambedue le parti. In un’epoca in cui l’immagine, anche nei conflitti, sembra bastare per determinare vincitori e vinti, non dobbiamo perdere di vista il punto focale che spinge associazioni come la nostra ad intervenire nei teatri internazionali: la sacrosanta difesa dell’autodeterminazione di un popolo. Oltre le analisi geopolitiche che lascio a chi è più capace di me, non possiamo girarci dall’altra parte di fronte al sacrificio di un popolo che resiste con coraggio ad un’invasione che provoca ogni giorno danni gravissimi. Non combattono certo per la NATO o per il presidente Zelensky, ma a difesa della propria terra, della propria casa, dei confini: valori per i quali è ancora dovere la lotta oltre ogni opinione politica. L’eroismo dei giovanissimi soldati ucraini, pronti al sacrificio più estremo, la fermezza delle madri costrette ad abbandonare le loro case per portare in salvo i figli, sono l’esempio di un coraggio che ci accomuna e ci impegna per destino a tutti i popoli europei».

Sergio Filacchioni

 

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