Roma, 5 gen – Stavolta nemmeno dobbiamo aspettare 37 anni, la vicenda dell’attacco coi gas alla cittadina siriana di Khan Shaykun è di aprile 2017, pochi mesi fa. Di fronte a “prove inoppugnabili” tutta la stampa occidentale esaltò per settimane scene raccapriccianti di bambini che morivano fra atroci sofferenze, gassati col Sarin dal feroce dittatore Bashar Assad, complice evidente Vladimir Putin che era intervenuto a sostegno militare di Assad, per impedire che i “Ribelli Moderati” portassero la Democrazia in Siria. Ci facemmo una conferenza a CasaPound sulla base di una analisi della vicenda fatta da me. Risultava che i gas non c’erano, che era una False Flag per costringere Trump, da poco eletto, ad attaccare la Siria anche a costo di scatenare un confronto militare contro l’odiatissimo Putin (i circoli “democratici” americani volevano recuperare la sconfitta elettorale e far proseguire a Trump la politica estera che avrebbe fatto Hillary Clinton). Mr. Trump se la cavò lanciando 54 missili Tomahawk contro una base militare siriana, armi “invincibili” degli USA, ma che Putin abbattè tutti tranne uno chiarendo che la guerra contro la Siria era meglio non farla.

Con la conferenza e l’analisi ci furono le solite lagnanze dei sinistri (fascisti, razzisti, difendono il feroce dittatore) ma in realtà la passione per le vicende del popolo siriano venivano da lontano: già nel 2013 quando c’era stata la prima False Flag coi gas e Mr. Obama minacciava di bombardare Damasco, una delegazione del Fronte Europeo per la Siria era corsa proprio a Damasco in segno di solidarietà iniziando una serie di azioni a sostegno del governo siriano. Il motivo è presto detto: Bashar Assad (un medico oculista finito al potere politico per la morte del fratello maggiore) era l’ultimo rappresentante del Socialismo Arabo nasseriano che difendeva la sovranità del suo paese contro l’attacco dell’Isis e dei “Ribelli Moderati” finanziati e armati da sauditi, emiri e occidentali ormai piegati dai quattrini, i petrodollari che dovevano affluire copiosi nella finanza euro-americana.

Ora Repubblica ci da ragione perché è proprio dallo “Osservatorio per i Diritti Umani” di Londra che era partita l’operazione (e ora Repubblica ci indica anche che oltre a rappresentare i ribelli era foraggiato dai Servizi inglesi – stile il povero Regeni mandato allo sbaraglio in Egitto). Ma nonostante tutti i media mainstream mondiali dessero per certo l’attacco coi gas a Khan Shaykun e invocassero “vendetta”, abbiamo mantenuto la nostra posizione, con un lavoro serio e pieno di prove. Stessa cosa per la vicenda dei due Marò. Ho fatto la prima conferenza a CasaPound a marzo 2012, un mese dopo i fatti accaduti in India potendo evidenziare solo che “i conti non tornavano”. E da quel momento ci siamo impegnati in conferenze, manifestazioni e striscioni in tutta Italia che hanno portato alla causa dei due militari italiani circa 150.000 persone che si sono aggregate sui gruppi Facebook, mentre continuavo a lavorare finché dalla “cassaforte indiana”, ho estratto i documenti giudiziari degli stessi indiani che dimostravano l’innocenza dei due accusati. Al punto che il 14 aprile 2016 ho potuto dimostrarlo davanti a una Commissione Ue e in soli tre minuti di esposizione (la Presidente svedese me ne aveva concessi cinque) determinare una azione della Ue contro l’India (una lettera, ma al posto giusto) fatta la quale anche il secondo Marò rientrava in Italia, dopo otto giorni. Questo è il video, che è sul sito della U.E. in diciassette lingue.

Anche sulla vicenda Marò abbiamo avuto la stampa italiana schierata per la “colpevolezza a prescindere” e la solita caterva di insulti da sinistra: fascisti, razzisti, “difendete due assassini”, per quattro anni interi. Personalmente sono arrivato a 88.000 pagine di insulti su internet, una sorta di record da Guinness dei Primati. Ma avevamo ragione, e lo abbiamo dimostrato con impegno, competenza e determinazione, risolvendo per adesso una vicenda che per insipienza, superficialità, cialtroneria e terzomondismo di maniera, ci stava portando a un confronto lacerante con l’India, con la quale siamo in pace dal tempo dell’antica Roma.

Luigi Di Stefano

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