Roma, 13 mag – “Il complesso di trattative che precedono la stipulazione di un accordo diplomatico, di un contratto, di un patto”. Così la Treccani definisce il negoziato. Nel diritto internazionale, la fase di negoziazione riguarda la prassi prevista per giungere alla risoluzione di una controversia e, in secondo poi, ad aprire il processo del trattato da stipulare tra le parti in causa. I negoziati servono, dunque, innanzitutto a raggiungere un accordo – cessate il fuoco, tregua, armistizio o pace – nel momento in cui è in atto un conflitto.

Che fino hanno fatto i negoziati

Tutto questo è sin troppo ovvio, penserà il lettore, non servivano certo queste precisazioni enciclopediche per comprenderlo. Eppure, a ben vedere, le apparenti banalità non ci appaiono tali se osserviamo quanto sta accadendo con la guerra in Ucraina. Si chiedono gli accorti osservatori: che fino hanno fatto i negoziati? Scomparsi dalla delicata partita in atto, stracciati dal richiamo alle armi e allo scontro frontale, senza oltretutto che nessuno definisca l’obiettivo da raggiungere. Fateci caso, nessuno dichiara esplicitamente quale scopo si prefigge prima di sedersi all’eventuale tavolo delle trattative. Non la Russia, non gli Stati Uniti, non l’Europa.

Per cosa si negozia

Soltanto l’Ucraina, pur rivedendo le proprie posizioni di tanto in tanto, continua a chiedere il “ritiro dei russi” per poter ragionare di pace. “Parliamo se fate questo”, “Trattiamo se vi comportate in quest’altro modo”, “Ragioniamo se anche voi ragionate”. C’è, in questa rinuncia al primo passo, in questo j’accuse reciproco senza mani tese, un errore concettuale lapalissiano. Meglio, usiamo il condizionale: ci sarebbe, dando per scontato che le parti in causa vogliano davvero, hic et nunc, riprendere i negoziati archiviati di colpo allorché si evocano vittorie improbabili da centrare. Improbabili perché nessuno vincerà sul serio, al massimo rivendicherà di aver vinto per non ammettere di aver perso qualcosa e sarà comunque una dannunziana “vittoria mutilata”. Non ammetterlo risulterà soltanto una grottesca parafrasi post elettorale: “Non abbiamo perso”. Esasperazione verbale, bolla speculativa, gioco al rialzo non giustificato dall’andamento del conflitto e accompagnato dall’alto volume di attacchi verbali. Sorvolando, tempus divitiae, sulla stoltizia dei ventriloqui “filo” qualcosa in assenza di pensarsi qualcuno (ogni riferimento ad atlantisti e neosovietici è puramente intenzionale).

Torniamo per un attimo al vezzo citazionistico: “Le ostilità possono essere sospese in attesa della negoziazione tra le parti”, precisa la prestigiosa Enciclopedia Britannica. L’equivoco è credere che d’un tratto ogni parte coinvolta decida di fermarsi prima di negoziare. Può essere contemplabile soltanto il contrario: negoziare per accordarsi. Ciò detto e stante l’attuale braccio di ferro insistente, è del tutto improbabile che Stati Uniti e Russia siano disposti a ricorrere adesso ai negoziati. Entrambi hanno bisogno di strappare qualcosa in più per accontentarsi di una monca vittoria. Sono le frastagliate nazioni europee, sorte realmente dai negoziati che portarono alla pace di Vestfalia nel lontano 1648, a dover muovere la pedina diplomatica. Quella che sulla scacchiera, oggi, ci appare invisibile. Pena l’irrilevanza, che precede sempre la catastrofe economica.

Eugenio Palazzini

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