Roma, 14 mag – “Ma con un mitra che ti strappa la vita, la libertà sembra una bambina”. Così cantava Massimo Morsello, così sembrano sussurrare oggi i magri corpi che si muovono tra le strade polverose di una Palestina vilipesa, divisa, insanguinata. Le immagini del funerale assaltato hanno fatto il giro del mondo, generando una più che comprensibile indignazione sui social. Sono le diapositive caotiche di uno scempio consumatosi dopo un crimine, culmine orrendo di un dramma nel dramma, apice della vergogna di chi non accetta condanne pensandosi immune dalla colpa. L’unica democrazia del Medio Oriente, inflazionata formula per esaltare o stroncare – dipende sempre dal punto di osservazione – lo Stato di Israele, stavolta non ha scudi verbali. Non ce l’ha perché i media internazionali non hanno potuto chiudere gli occhi, fischiettando di fronte a una bara gettata a terra a suon di manganellate.

L’estremo disonore

Esequie sta per “estremi onori” resi a un defunto, quanto accaduto ieri rappresenta l’estremo disonore di chi non le ha volute concedere senza innescare una miccia di rabbia. Ma Shireen Abu Aqleh, 51enne reporter di Al Jazeera, non ha potuto documentare l’ignobile gesto. Uccisa, forse “a sangue freddo”, forse per incontrollabile foga cecchina, durante un’incursione dei soldati di Tel Aviv nel campo profughi di Jenin, in Cisgiordania. L’inciviltà miope di chi si ostina a evocare “scontri di civiltà” non ha appigli questa volta, perché Shireen era cristiana. La sua salma era in una bara portata a spalla nella chiesa melchita greco-cattolica della Città Vecchia di Gerusalemme, accompagnata da una folla di migliaia di persone. Attesa religiosa, raccoglimento prima del corteo funebre, fino al cimitero del Monte Sion, là dove sorgono la Basilica della Dormizione di Maria e la Tomba di Davide.

In Palestina

Una tale partecipazione a un funerale, in Palestina, non si vedeva dal 1948. Allora cadde in combattimento Faisal Husseini, leader di Gerusalemme nonché figlio dell’eroe nazionale Abdel Qader Husseini. Eterno silenzio nel trambusto irrequieto delle terre strappate, ciclica disperazione. E adesso condanna unanime, globale assunzione di consapevolezza, effimera parentesi che racchiude tutti, anche e soprattutto chi tornerà subito a volgere lo sguardo altrove. Dimenticando l’ignobile azione, affatto isolata, eppure in qualche modo unicum simbolico. Nelle ultime settimane 30 palestinesi sono stati uccisi dall’esercito israeliano, in particolare proprio nell’area di Jenin dove è stata colpita la giornalista di Al Jazeera. Tra questi corpi ormai sepolti, un’altra donna disarmata e due passanti. Nessuno li ricorderà, fuori dalla Palestina. Ma la libertà è sempre una bambina, a cinquecento metri dalle stelle.

Eugenio Palazzini

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5 Commenti

  1. Francamente, non me ne voglia il “giovane” E.Palazzini, e penso di non essere da solo, sul gravissimo fatto della reporter uccisa non ho alcuna sicurezza circa il vero accaduto. Circa la storia della strumentalizzazione dei cadaveri purtroppo, in Italia, abbiamo visto e subito di tutto e di più. Indegni a gestire le bare non ci sono mancati proprio. Tanto per mettere a buon frutto anche le nostre tristi vicende nazionali. Nel rispetto dei morti che forse finalmente sanno tutto e ci osservano sornioni…
    (La colpa non è sempre e solo degli invasivi conclamati).

  2. parole…parole….parole di sdegno…parole di condanna…parole…ma cosa vui che gliene freghi
    a israele delle vostre parole…ormai a quella gentaglia tutto è permesso…anzi ridono di voi e di tutti…sanno che sono intoccabili…agli ucraini le armi, ai palestinesi i sassi…
    …se accetti la loro versione sarai sempre uno schiavo…

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