Libano EsercitoBeirut, 19 nov – Nel pomeriggio di martedì una pattuglia di militari italiani è caduta in un’imboscata lungo la frontiera tra Libano e Israele, a pochi km dalla base Onu di Naqura.

Un automezzo Lince è stato bloccato da un suv ed una seconda autovettura mentre si trovava tra le strette vie di un villaggio lungo la “Blue Line”, la zona cuscinetto lungo la frontiera tra i due Stati del Medio Oriente.
Gli aggressori hanno esploso alcuni colpi di Kalashnikov in aria avvicinandosi al mezzo, il militare “in ralla” ha risposto utilizzando la pistola: prima sparando in aria, poi sparando a terra, osservando pedissequamente le regole di ingaggio a cui devono sottostare i nostri militari impiegati nella missione Onu.


La reazione non è servita a scoraggiare gli assalitori che sono saliti sul tetto del Lince, mentre i 3 soldati italiani si sono rinchiusi al suo interno, rubando dal bagagliaio esterno dei giubbotti antiproiettile e, cosa ancor più grave, impossessandosi della mitragliatrice in ralla. Dopo la razzia gli aggressori si sono rapidamente allontanati esplodendo altri colpi di fucile in aria.

Non è il primo attacco ai nostri soldati impiegati nella missione “Leonte”, operativa sin dal 2006, con cui l’Esercito Italiano provvede alle operazioni dell’Unifil che è in vigore sin dal 1978 con diversi rinnovi di mandato concomitanti con il periodico precipitare dei rapporti tra Israele e Libano. Al momento non si conosce la matrice di queste aggressioni anche se viene escluso che possa trattarsi dell’Isis; al contempo escluso che possano essere azioni di Hezbollah dati i buoni rapporti che intercorrono tra il partito sciita ed i militari italiani.

Viene spesso affermato che la partecipazione italiana a questo tipo di missioni internazionali serva “per il prestigio” della nostra Nazione, un prestigio però che non viene valutato in altre occasioni come per la recente decisione sul nucleare iraniano (l’Italia non faceva parte dei 5+1) oppure quando unilateralmente i nostri “alleati” decidono di bombardare la Libia, mettendoci de facto davanti a scelte strategiche già prese. Quindi, anche alla luce delle regole di ingaggio (Rules of Engagement RoE) delle missioni Onu che hanno dimostrato una volta di più con quanto accaduto mercoledì scorso in Libano, come i nostri soldati siano costretti ad agire con entrambe le mani legate dietro la schiena, ci chiediamo che senso abbia continuare a sostenere certe campagne dell’Onu che, in barba al tanto decantato “soft power” del Governo Renzi, sono solo un palliativo.

Difatti la missione Unifil nella sua lunga storia non ha mai fermato Israele dal bombardare le posizioni di Hezbollah in Libano, tantomeno ha fermato l’invasione del 1982 che ha causato l’occupazione della parte meridionale di quella nazione sino al ritiro israeliano del 2000. In quest’ottica ci chiediamo, visto che si comincia a parlare di impegno in Libia, se davvero ci si vuole infilare in quel vespaio che è diventata quella Nazione con le stesse regole di ingaggio che caratterizzano le missioni internazionali dell’Onu, essendo questa la condizione necessaria richiesta dal Governo italiano per appoggiare un intervento militare nell’area.

Paolo Mauri

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Paolo Mauri
Nato a Milano, classe 1978. Laurea in Geologia. Dopo aver lavorato qualche anno nel campo della moda nella capitale meneghina, ha deciso di approfondire quella che è sempre stata la sua grande passione, essendo da sempre stato in contatto con gli ambienti militari a più livelli, non da ultimo anche per merito del servizio di leva: l'ars militaria nelle sue varie forme, dalle strategie alle armi. Questa, connessa all'altra sua grande passione per la storia moderna e contemporanea, e unita ai suoi studi geologici, gli ha permesso di occuparsi di geopolitica per Il Primato Nazionale sin dal 2014. Attualmente scrive anche per Tradizione Militare, periodico dell'Associazione Nazionale Ufficiali Provenienti dal Servizio Attivo.

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