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gheddafi-all-eliseo-di-parigiRoma, 25 feb – Che cosa passasse per la testa di Monsieur Sarkozy, quando si lanciò a capofitto nell’impresa di sostenere le bande che si erano ribellate al regime del Colonnello Gheddafi, nella primavera del 2011, è cosa nota. Semplicemente, scippare l’Italia che aveva costruito una costosa ma produttiva collaborazione con Tripoli, cavalcando le proteste iniziate nella sempre riottosa Cirenaica, fino a rovesciare il governo di Tripoli. L’azzardo, nel quale Sarkozy aveva trascinato gli Inglesi, gli Statunitensi, e persino il masochista Berlusconi, costretto a dare supporto ai raid francesi che avrebbero determinato la caduta di Gheddafi, nostro alleato, non ha mai pagato.

Una basilare conoscenza della realtà libica, e delle rivalità tribali che solo il lunatico Colonnello aveva saputo in qualche modo ricomporre o almeno nascondere, avrebbe dovuto suggerire al capo dell’Eliseo un atteggiamento più prudente, e infatti la Francia non ottenne sostanzialmente alcun vantaggio dalla “primavera libica”. In cambio, venne progressivamente a crearsi uno stato di guerra civile permanente a bassa intensità, in cui ideali politici, principi religiosi e legami tribali si sono alternati in modo vorticoso, diventando di fatto l’alibi per un controllo frammentario del territorio e delle sue risorse, leggi petrolio, e controllo dell’emigrazione verso le coste Italiane. In questo mosaico di bande armate una contro l’altra, si sono inseriti prima gli uomini vicini ad Al Qaeda, e, in un secondo momento, le milizie che in qualche modo fanno riferimento all’ISIS del “Califfo” Al Baghdadi.

La situazione si era parzialmente – e apparentemente – cristallizzata a seguito della tornata elettorale del 2014, con una spaccatura del Paese in due parti: quella orientale, con “capitale” Tobruk, in cui si era insediato il governo internazionalmente riconosciuto, e quella occidentale, basata a Tripoli, ovvero la Capitale vera e propria. L’entrata in scena dello Stato Islamico, le cui bande si sono sapute ritagliare un sostanzioso fazzoletto di territorio proprio a cavallo del confine fra le due entità, nella zona di Sirte, ha mandato in definitivo cortociruito la già confusa situazione libica. In questa situazione, spinte dall’emergenza ISIS, si sono inserite le Nazioni Unite, dapprima con l’inviato Bernardino Leon, e poi con il suo sostituto, il tedesco Martin Kobler. Il quale Kobler ha cercato di trovare una sintesi politica che potesse essere accettata da entrambi i governi, quello moderato e filo-occidentale di Tobruk, e quello “islamista moderato” di fatto in mano alla Fratellanza Musulmana di Tripoli. I due governi avrebbero anche accettato il piano dell’ONU, se non fosse che ciascuna delle due parti ha avanzato pesanti riserve sui nomi che avrebbero dovuto formare il governo. Il che, tradotto dal linguaggio diplomatico, equivale a dire che nessuna delle parti ha la minima intenzione di venire a patti con l’altra metà della Libia.

Fra l’altro, nessuno dei due governi è davvero sovrano della sua porzione del Paese, che in realtà è parcellizzato fra una miriade di milizie locali, piuttosto ben armate, che hanno come unico scopo quello di mantenere la loro piccola sovranità sulle aree che ciascuna di esse riesce a controllare. E qui entra in ballo l’Occidente, che sa benissimo di dover intervenire, ma non hanno la più pallida idea di cosa fare. I Francesi, stando alle indiscrezioni pubblicate da Le Monde, hanno già sul terreno diversi reparti di forze speciali, che teoricamente dovrebbero combattere l’ISIS ma che in realtà stanno cercando un modo di portare il Paese sotto il controllo di Parigi. Solo che non si capisce se intendano affiancare uno dei due governi, o entrambi, o nessuno, sperando che emerga un leader filo francese capace di unificare l’intera Libia. Praticamente la versione geopolitica dell’Enalotto.

Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, sembrano volersi affidare ai bombardamenti mirati sulle basi dello Stato Islamico, passando per l’acquiescenza italiana, ma senza una apparente strategia. Fino a ieri infatti il loro interlocutore più credibile sembrava Khalifa Haftar – l’uomo forte del governo di Tobruk, con un passato nella CIA e un presente pesantemente sponsorizzato dal Cairo. Le giravolte politiche del suddetto governo rischiano tuttavia di spingere gli anglo-americani a supportare il governo islamico moderato di Tobruk, il quale non darebbe comunque garanzie di saper gestire la situazione. Ed è sostanzialmente inviso al potente vicino egiziano. Fra le ultime idee geniali, si registrano quella avanzata dal New York Times, evidentemente sotto dettatura della Casa Bianca, per un surreale e anacronistico ritorno della monarchia – che ha avuto un ruolo, nella storia libica, solo per un paio di lustri – oppure per una spartizione di fatto del Paese in due zone. Anzi tre, includendo il Fezzan, ossia la sterminata fascia desertica nella parte centro-meridionale del Paese. Si tratterebbe di tornare, quindi, alla situazione precedente l’occupazione coloniale italiana. Questa è anche la proposta ventilata in un’intervista concessa ieri al Corriere della Sera dall’ex Capo di Stato Maggiore, il generale Vincenzo Camporini. Proposta che però darebbe vita a una serie infinita di dubbi, domande e perplessità.

La prima delle quali riguarda il fatto che, in realtà, i due governi libici occupano la parte sbagliata del Paese, visto che la Cirenaica (in cui dominano politicamente i gruppi più moderati della classe politica nazionale) è sempre stata la regione in cui maggiore era il peso dei gruppi islamisti, e la Tripolitania (occupata da Alba Libica, emanazione dei Fratelli Musulmani) è invece sempre stata considerata la parte più laica della Libia.
La seconda riflessione è una conseguenza della prima, per cui non si capisce per quale alchimia politica i due governi dovrebbero improvvisamente imporre un effettivo controllo del territorio loro spettante, e che ora è pertinenza delle varie milizie tribali. Ci sarebbe da capire, inoltre, a chi toccherebbe la gestione del Fezzan, che a sua volta è parzialmente controllato dai Tuareg, i quali, procedendo per semplificazioni, possono essere paragonati ai Curdi (una nazione senza Stato) e che quindi avrebbero contro buona parte degli Stati che si affacciano sul Sahara e che non vedono di buon occhio un’entità politica Tuareg ufficialmente riconosciuta a livello internazionale. Infine, di queste tre realtà politiche, ognuna drammaticamente impegnata a garantire la propria sopravvivenza, quale avrebbe interesse a combattere il Califfato, sapendo che potrebbe invece trarre vantaggi importanti dal ridimensionamento delle altre due?

Anche perchè una delle poche certezze (e in questo il pensiero del generale Camporini è ben più condivisibile) è che l’unico modo di unificare davvero i Libici sarebbe un intervento militare dell’Occidente. Solo che a giovarne maggiormente sarebbe proprio lo Stato Islamico, che diventerebbe l’unico credibile polo di attrazione per l’intera popolazione o quasi. Già oggi, l’ISIS è una calamita per tutti i gruppi jihadisti dell’Africa settentrionale e – stando ai rapporti delle intelligence di mezzo mondo – di quella Subsahariana (la famigerata setta di Boko Haram in Nigeria, è dal 2015 in qualche modo affiliata al movimento di Al Baghdadi), e conta circa 6.500 militanti, radicati a Sirte, ma capaci di colpire sia a Tripoli che a Bengasi. Gli stivali di qualche esercito occidentale sul terreno libico non farebbero altro che potenziare la causa islamista. Così, alla fine, una volta scartata ogni altra opzione, tutto si ridurrebbe alla ricerca di un nuovo Gheddafi, che sappia unire il Paese mescolando benessere e pugno di ferro, sulla falsariga di quanto avvenuto in Egitto, dove Mubarak è stato fatto fuori per essere sostituito, dopo qualche giro di valzer, da un nuovo Mubarak. Per decretare l’ennesimo fallimento delle cosiddette primavere arabe; per dimostrare, una volta di più, che la democrazia liberale potrà pure funzionare a Londra e a Washington, ma non per questo deve diventare l’unico modello possibile di esercizio del potere politico.

Mattia Pase

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