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Roma, 21 mag – La guerra in Libia non è mai finita, per quanto il coronavirus ne abbia oscurato gli sviluppi degli ultimi mesi. Tensione e scontri non sono affatto mancati, con cadenza pressoché quotidiana. Quanto sta accadendo però da ieri sera potrebbe portare a un’improvvisa escalation, da tutti a parole scongiurata. Stando a quanto riferito dal sito Bloomberg, che ha sintetizzato le dichiarazioni del ministro dell’Intenro di Tripoli, Fathi Bashaga, “almeno otto jet dell’era sovietica sono arrivati nell’est” della Libia, provenienti “da una base aerea in Siria, verosimilmente per appoggiare una nuova campagna di raid aerei” da parte del generale Khalifa Haftar.

Un’affermazione, quella dell’esponente del governo di Fayez al-Sarraj, che dunque paventa un intervento diretto della Russia. Non è certo un segreto che Mosca appoggi da tempo Haftar e abbia molti uomini sul campo, ma un intervento di questa portata con aerei militari potrebbe con tutta evidenza esacerbare il conflitto, stroncando il rumoroso stallo generatosi. Sul fronte opposto, quello a sostegno di Tripoli, è altrettanto noto il sostegno della Turchia che ha inviato truppe in forma più esplicita. Quello che dunque potrebbe verificarsi nelle prossime ore è uno scontro frontale, a suon di bombardamenti incrociati, che vedrebbe come protagoniste le forze militari di Ankara e quelle di Mosca.

Scontro frontale tra Russia e Turchia?

Il governo di Erdogan non ha nascosto questa eventualità, anzi. Proprio oggi ha detto chiaramente che se dovessero essere colpiti gli “interessi turchi” in Libia, i soldati di Khalifa Haftar saranno considerati obiettivi legittimi. Una replica secca all’annuncio comandante della forza aerea di Haftar, Saqr al-Jaroshi. “Nelle prossime ore” ci sarà “la più grande campagna aerea nella storia della Libia”, ha detto al-Jaroshi specificando che “tutte le postazioni e gli interessi turchi in tutte le città sono obiettivi legittimi per la nostra forza aerea”.

Parlare di alta tensione in Libia è insomma un eccesso eufemistico, per quanto le parole roboanti non sempre sono seguite analoghe azioni belliche e dalla Russia non siano arrivate conferme sulla partenza di caccia dalla Siria. Secondo Bloomberg si tratterebbe però di sei caccia MiG 29 e due cacciabombardieri Sukhoi 24, decollati dalla base Hmeimim e scortati “da due SU-35 dell’Aviazione russa”. Difficile dire se Putin voglia davvero imprimere una svolta alla guerra nella nostra ex colonia. Questo implicherebbe una pesante frattura con Erdogan, dopo un lungo e mai del tutto concluso braccio di ferro. Si aprirebbero di conseguenza scenari imprevedibili anche in altre zone di conflitti attutiti, in parte sopiti, eppure costantemente sull’orlo della deflagrazione. In particolare, chiaramente, in Siria. Erdogan e Putin ci hanno abituato comunque anche ad accordi last minute volti a scongiurare il peggio.

Eugenio Palazzini